martedì 24 dicembre 2013

La sorpresa di Babbo Natale


La sorpresa di Babbo Natale


La voce leziosa dell’agente Del Rio, impalato sulla soglia dell’ufficio, risultava stridente alle orecchie del commissario Mario Cecchi e del suo amico, il vice-commissario Sergio Barra.
«Buongiorno» salutò i due superiori mostrando una deferenza che in realtà non sentiva. «C’è quel vecchietto che vende paccottiglia; chiede se può essere ricevuto» concluse sull’attenti, a stento trattenendo il sorrisetto di chi sa più di quel che dovrebbe.
Il commissario continuò a sfogliare gli incartamenti che aveva sul tavolo come se non avesse prestato orecchio, mentre Barra gli fece un cenno di assenso.
L’uomo che apparve sulla soglia era male in arnese: sembrava più anziano della sua età e i suoi abiti erano vecchi, stinti e spiegazzati come se li usasse anche per dormire, ammesso che riposasse la notte. Oltre alle indigenti condizioni economiche, infatti, aveva una figlia disabile di circa venti anni che richiedeva cure e assistenza in continuazione. Per questi motivi era diventato confidente della polizia, anzi del commissario e del suo vice per l’esattezza, non fidandosi di nessun altro. Il fatto di essere stato in carcere gli dava un certo credito tra i malavitosi e poteva quindi venire a conoscenza di situazioni che di legale avevano ben poco.
Rimase sulla porta ruotando con ansia un capello con le falde ormai flosce tra le mani sudice.
«Entri pure, Gaglione, e si accomodi»
Il vecchio lanciò un’occhiata alle sue spalle per assicurarsi che Del Rio avesse richiuso la porta e solo allora si appollaiò sul bordo della sedia; dopo essersi proteso verso il commissario prese a parlare piano con la voce roca ridotta a poco più di un sussurro.
«Ho saputo che ci sarà un attentato la notte di Capodanno, al teatro dell’Opera».
Barra e Cecchi incrociarono gli sguardi, sgranando gli occhi e trattenendo il fiato per un attimo prima che il vice-commissario esclamasse: «Ma non è dove parlerà il capo del governo, Sandro Badoni!?»
«Sì, proprio lì» annuì Gaglione. Alzò poi gli occhi acquosi con le sclere ingiallite per fissarli in quelli dei suoi interlocutori e aggiunse: «Ed è proprio lui la vittima designata».
I due funzionari di polizia, con la fronte aggrottata e le labbra serrate, scrutarono per un lungo istante l’uomo che avevano davanti.
«Sta scherzando, vero?» chiese Barra.
«Oppure è un suo desiderio?»
«Mario!» lo redarguì il vice-commissario. «Continui pure, il commissario voleva solo alleggerire l’atmosfera. È sicuro di quel che dice? Badoni potrà non essere amato da tutti, ma da qui a volerlo morto ce ne corre».
Gli occhi di Gaglione vagarono con lentezza per l’ufficio prima di posarsi di nuovo sul volto del vice-commissario.
«Ero giù al bar del porto e devo essermi addormentato per la stanchezza perché non avevo bevuto tanto, almeno così mi sembra. Comunque, tra veglia e sonno, ho sentito dei tipi al tavolo dietro il mio che parlottavano sottovoce e allora istintivamente ho rizzato le orecchie fingendo di continuare a dormire. Il più animoso tra loro ha detto che ormai era arrivata l’ora e che avrebbero attentato alla vita del presidente la notte di Capodanno».
Barra prese a scuotere con lentezza la testa, incredulo, mentre il volto contratto e lo sguardo lontano di Cecchi lasciavano trasparire l’arrovellarsi dei suoi pensieri.
«E come era questo tipo? Può descriverlo?» chiese con impeto il commissario.
Gaglione, scrollando la testa, rispose: «No, purtroppo non potevo rischiare che si accorgessero di me altrimenti chissà che fine avrei fatto. Comunque, penso di poterne riconoscere la voce, il modo di parlare e forse anche il profilo che ho intravisto per qualche attimo».
Barra annuì più volte e poi disse con poca convinzione: «Le faremo vedere delle foto nella speranza che lei possa riconoscere la persona di cui parla».
Cecchi si alzò di scatto dalla poltrona e prese a camminare nella stanza con le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni; si fermò, infine, di fronte a Gaglione e si chinò appena per chiedergli: «E’ riuscito anche a sapere con quali modalità dovrebbe svolgersi questo attentato?»
L’uomo alzò le spalle fino a incassare la testa prima di rispondere.
«Mah, per quel che sono riuscito a capire, il personale del teatro indosserà costumi adatti alla circostanza. Tra tutti i travestimenti, mi sembra che abbiano scelto quello più diffuso e anche più rassicurante in questo periodo. Indosseranno i panni di Babbo Natale».
«E ti pareva!» esclamò Cecchi piantando un violento pugno sul tavolo che fece trasalire la trasandata figura seduta in punta alla sedia. «Tutti i Babbo Natale in questo periodo non hanno fatto altro che creare casini! Come vuoi che possa digerirlo io, il Natale?» ringhiò in uno sbuffo di rabbia, rivolto a Barra. Questi gli fece segno di calmarsi e con uno sguardo l’invitò a osservare il loro ospite che sembrava alquanto atterrito.
«Non si preoccupi, signor Gaglione, il commissario si riferisce agli altri avvenimenti accaduti di recente che lei di sicuro ricorderà, visto l’aiuto che ci ha dato».
«Ah, sì, sì, certo: il serial killer dei Babbo Natale e il pazzo che ha ucciso quel tizio solo perché era il primo Babbo Natale che incontrava sulla sua strada quel giorno. Lo sapete, quando posso dare una mano...»
“E guadagnare qualcosa” pensò Cecchi, aggiungendo poi con un certo rimorso: “Beh, con quel dramma che ha a casa, è più che giustificato”.
 La porta si spalancò e un trafelato agente Del Rio entrò con la pistola in pugno.
«Del Rio, ma che sta...?» domandò Barra.
Il poliziotto ripose l’arma e scattò sull’attenti.
«Mi scusi, signore. Avevo sentito del trambusto e ho ritenuto mio dovere accertarmi della vostra incolumità».
«Vada, vada: è tutto a posto. Grazie per la solerzia» lo liquidò Cecchi con un gesto di fastidio.
«Dovere, signore» rispose con un accenno d’inchino e uscì dall’ufficio gongolando.
Il commissario e il suo vice scambiarono uno sguardo così eloquente che perfino Gaglione abbozzò un sorriso. Subito dopo, però, fece in modo che sparisse dal suo volto: un informatore non prende posizioni pro o contro qualcuno, è un essere invisibile, la sua presenza non deve alterare il quadro d’insieme di un luogo e Gaglione era il migliore che avesse mai avuto la polizia di quella città: si aggirava dappertutto senza che nessuno si accorgesse della sua presenza.
«Sergio, ti spiace accompagnare il signor Gaglione in archivio per l’eventuale riconoscimento dell’attentatore?»
Barra annuì con una piccola smorfia di disappunto ricambiata dall’amico: entrambi avevano già intuito quanto fossero scarse le probabilità che l’informatore riconoscesse quell’uomo intravisto nella penombra di un bar e tra i fumi dell’alcool.
Infatti, l’abbondante ora passata a esaminare foto segnaletiche si rilevò del tutto sprecata e Gaglione fu lasciato libero di tornare ai propri affari con la perentoria richiesta di mettersi in contatto con il commissariato al più tenue sospetto.
«Mancano solo tre giorni. Dubito che riusciremo a trovare quell’individuo» disse sconsolato il vice-commissario.
Mario Cecchi smise di consumare il parquet del proprio ufficio e si posizionò davanti alla finestra, dove si fermò per alcuni minuti immobile, con le mani intrecciate dietro la schiena, prima di rispondere al vice-commissario.
«Vero. Dovremo cercare di prenderlo il giorno dell’attentato. Pensi che se lo vedesse dal vivo, anche se travestito, Gaglione potrebbe individuarlo?»
Barra si avvicinò all’amico e assunse la stessa posa, cosicché chi fosse entrato avrebbe visto il commissario, brizzolato, magro e alto, vestito come sempre di blu, con a fianco il suo vice, castano, più basso, con le forme arrotondate di chi ama la buona tavola, con un impeccabile completo marrone, che a stento riusciva ad intrecciare la mani dietro la schiena. 
«Quell’uomo ha sempre mantenuto quello che ha promesso, no? Quindi, se lo ha affermato, penso che sarà anche in grado di farlo».
Cecchi sciolse le mani e andò alla scrivania, dove prese buttare giù su un foglio il piano che gli era nato in mente.
«Allora, ammesso come probabile che non riusciremo a trovare prima ‘sto tizio, dobbiamo agire secondo questo schema. Primo punto: saremo anche noi travestiti per confonderci tra la folla; punto secondo: Gaglione e noi due indosseremo i panni di Babbo Natale, così da potere avvicinare gli altri Babbo Natale con minori difficoltà; punto terzo: fino al momento del discorso il presidente sarà in una stanza sorvegliata da telecamere; punto quarto: Del Rio sarà nella stanza con il presidente per essere pronto a qualsiasi evenienza – la sua sfrenata ambizione acuirà la sua solerzia –; punto quinto: nulla deve trapelare, almeno per ora, poi, se tutto andrà per il meglio, ci penserà l’ufficio stampa a raccontare le prodezze del presidente che di certo non si farà sfuggire l’occasione per auto-celebrarsi».
Barra alzò gli occhi al cielo, sospirando.
«Va bene, lo so come la pensi e sai che sono d’accordo con te, ma ora è meglio concentrarsi sul lavoro che ci aspetta».
«OK, hai ragione. Chiamiamo lo stoccafisso allora e diamogli le disposizioni del caso».
«Beh, non solo. Penso che dovrai anche far avvisare il tuo amato presidente di quello che può accadere...»
Mario Cecchi annuì con un sorriso storto.

La folla delle grandi occasioni riempiva il teatro dell’Opera. Donne ingioiellate, inguainate in eleganti abiti da sera, si accompagnavano a uomini in completo scuro; altre, pesantemente truccate, strizzate in vestiti che lasciavano ben poco all’immaginazione e del cui gusto è meglio tacere, erano scortate da figuri che non avrebbero stonato in un film di serie B sulla mala americana, ingioiellati più delle signore che cingevano con esibita confidenza.
Tre uomini, vestiti da Babbo Natale, non perdevano neanche un’immagine di quelle che apparivano sui monitor; di tanto in tanto, il commissario o il suo vice si giravano a scrutare il loro confidente nella speranza di cogliere qualche cenno, ma Gaglione continuava a fissare gli schermi senza distogliere lo sguardo. Solo un paio di volte si era voltato verso di loro con gli occhi smarriti, quasi a dichiarare la sua impotenza.
Il telefono squillò e Barra afferrò la cornetta; dopo aver ascoltato la comunicazione, pose la mano sul microfono e si rivolse a Cecchi.
«E’ Del Rio. Dice che il presidente è tutto sconvolto e impreca contro la nostra incapacità, urlando che ci farà rimuovere se non saremo in grado di proteggerlo».
Un sorriso beffardo si allargò sul viso del commissario.
«E come farà se sarà morto?»
«Dai, non scherzare, che qua stiamo con l’acqua alla gola».
L’espressione di Cecchi cambiò, ma non per quello che aveva appena detto Barra.
Gaglione stava con il braccio proteso indicando una figura sullo schermo.
«Po-potrebbe essere questo qui. Sì, potrebbe essere proprio lui».
«Ne è sicuro, Gaglione, quest’uomo che è vicino alla colonna a destra del bar? E’ lui la persona che ha visto quella sera?»
L’uomo incassò la testa nelle spalle.
«Mi sembra, però così da lontano...»
Barra alzò la mano per zittirli e poi chiuse la comunicazione telefonica, avviandosi verso la porta.
«Quello stupido di Del Rio! Ha sentito e ha riferito al presidente, dicendogli che correva a prendere il tipo. Presto, dobbiamo andare anche noi prima che quel fesso faccia saltare tutta la copertura!»
I tre Babbo Natale si precipitarono fuori della stanza, correndo giù per le scale.
Il commissario e il suo vice riuscirono ad arrivare giusto prima che l’agente Del Rio potesse fare quanto si era proposto.
«Si fermi, Del Rio, vuole che si scopra tutto? Ha pensato che se non fosse lui l’attentatore saremmo tutti scoperti? E non si metta sull’attenti, stupido!» lo redarguì ringhiando tra i denti il commissario.
«Mi scusi, signore, ma volevo difendere il presidente...» replicò Del Rio nel tentativo di abbozzare una scusa con le guance che andavano imporporandosi.
«O farsi bello ai suoi occhi» sibilò tra i denti Cecchi.
«Signore?! Non ho capito l’ultima frase che ha detto...».
«Niente, niente» intervenne Barra. «Voleva che con discrezione accompagnassimo quell’uomo verso... Ma dov’è Gaglione?» chiese guardandosi tutt’intorno.
Tre paia di occhi esplorarono la scalinata e poi la parte dell’atrio antistante, ma senza alcun riscontro.
«Deve essere rimasto indietro...» commentò il vice-commissario, subito interrotto da Cecchi.
«Del Rio, con chi è ora il presidente?»
L’agente sbiancò in volto e mormorò con le labbra livide:
«E’ nella suite… dove stava…»
Gli occhi di Mario Cecchi fiammeggiarono mentre la sua faccia si avvicinava a pochi centimetri da quella di Del Rio.
«Non dov’è, ma con chi è, stupido!» disse digrignando i denti e strattonandolo per la giubba finendo per far cadere la barba posticcia dal viso sempre più cereo dell’agente.
«Te-temo che sia rimasto so-solo, signore» riuscì appena a balbettare.
«Che tu l’hai lasciato solo, imbecille!»
Barra prese a salire i gradini due alla volta: «Presto, andiamo nella suite...»
Cecchi gli mise una mano su di un braccio rallentandone la corsa: «Meglio se andiamo nella sala monitor. Temo che ci sia già qualcuno con il presidente».
Barra sgranò gli occhi: «Non penserai…»
«Io non mi fido di nessuno, lo sai».
Sergio Barra annuì con una smorfia di disappunto e forse anche di dispiacere.
I tre poliziotti interruppero la corsa solo davanti ai monitor; i loro occhi si fissarono su quello che mandava le immagini della suite del presidente scandagliando le due stanze ­− soggiorno e camera da letto − e il bagno in sequenza.
Cecchi bloccò sulle riprese relative al soggiorno, dove un uomo vestito da Babbo Natale teneva sotto la minaccia di una pistola il presidente Sandro Badoni.
«Pensi sia...» s’interruppe Barra come se non riuscisse a dire il nome.
«Sì, è Gaglione. Ma cosa vuole fare? Del Rio, visto che non è capace di eseguire gli ordini, sa almeno dove si aumenta il volume di quest’aggeggio?»
L’agente, con le labbra ridotte a una sottile fessura, ruotò una piccola manopola fino a rendere l’audio apprezzabile.
«Presidente, io non voglio far del male a nessuno» gracchiò dall’altoparlante la voce del Babbo Natale con l’arma in pugno puntata verso il petto di Badoni. «Sono stato costretto a comportarmi così. Sono vecchio, molto più vecchio della mia vera età. E sono un ex-carcerato. Sono stato dentro per reati minori: qualche furtarello, qualche truffa, ma non per questo sono migliore di tanti altri che sono stati in galera. Solo che per noi, ex-carcerati, è quasi impossibile trovare lavoro e quindi ci arrangiamo come possiamo. Per lo più ce la facciamo a sopravvivere, sempre che non ci siano situazioni particolari. Come la mia. Le dispiace se ci sediamo? Il discorso potrebbe essere lungo».
Nello stesso istante, nella sala monitor Cecchi si rivolse a Del Rio.
«Avverta subito la squadra di circondare la suite del presidente e ai cecchini di prendere posizione».
«Mario, pensi che Gaglione sarebbe capace di…» anche questa volta Barra non riuscì a terminare la frase.
«Sst, vediamo che succede. Se intervenissimo ora, potrebbe essere più rischioso per l’incolumità del presidente».
Sandro Badoni, le mani aperte con le palme rivolte verso Gaglione in un segno che era un misto di resa e di supplica, arretrò fino alla poltrona sulla quale si sedette con movimenti lenti, mantenendo lo sguardo atterrito sulla pistola.
«Sì, sì, certo, tutto quel che vuole, ma stia tranquillo. Vede, ora ci sediamo e continuiamo la nostra chiacchierata, ma lei stia calmo. Io farò tutto ciò che chiederà se mi lascerà vivere» disse con voce piagnucolosa.
Gaglione non ci fece caso e riprese a parlare dopo essersi seduto a sua volta sulla poltrona di fronte.
«Venti anni orsono mia moglie mi comunicò che era incinta. La nostra felicità era al settimo cielo. Per tanto tempo avevamo tentato di avere figli e, proprio quando stavamo uscendo da un periodo nero – avevo finito di scontare una pena e avevo ripreso a lavorare – era successo! Furono mesi bellissimi: insieme alla sua pancia cresceva il nostro entusiasmo e a ogni minuto nasceva un nuovo progetto, un nuovo sogno».
Gli occhi di Gaglione presero a seguire immagini che lui solo vedeva nella stanza immersa nel silenzio.
«Ma cosa sta facendo?» chiese Del Rio più a se stesso che ai suoi superiori.
«La cosa più brutta che può accadere a un uomo: ricordare qualcosa di bello quando ormai vive solo tragedie» disse Cecchi mentre Barra lo guardava di sottecchi annuendo alle sue parole.
 «Sst, sta riprendendo a parlare!» intimò il commissario.
«Dopo nove mesi nacque una bambina. Che fosse bella lo dicevano tutti, non solo i parenti. Purtroppo, ben presto ci accorgemmo che aveva dei grossi problemi sia fisici che mentali. In pratica era del tutto incapace e purtroppo lo è ancora oggi».
La voce gli si spezzò, grosse lacrime cominciarono a rigargli le guance e a perdersi nella barba bianca senza che lui le asciugasse.
«Fin da piccola ha avuto bisogno di cure mediche continue. Il pediatra, il neurologo, il fisioterapista, il dentista e così via. E noi l’abbiamo sempre fatto, non abbiamo mai saltato una visita o un appuntamento. Questo fino all’anno scorso, quando le sue cure non sono state più garantite dal servizio sanitario nazionale e allora quei pochi soldi che racimolavamo – io con le mie vendite di ambulante più qualcos’altro che riuscivo a combinare, mia moglie a fare lavori domestici nonostante la sua età – non sono stai più sufficienti. Ho telefonato ai ministeri, ho chiesto di parlare con onorevoli, sottosegretari e con chiunque fosse in grado di aiutarci: senza alcun esito».
Prima di riprendere a parlare puntò i suoi occhi in quelli sgranati di Badoni che sprofondò ancora di più nella poltrona aggrappandosi ai braccioli con tale forza da far impallidire le nocche.
«Alla fine mi sono deciso a scriverle e non ho avuto nessuna risposta. E allora, ho riscritto non una ma dieci, venti volte» contrasse la mascella prima di continuare. «E lei non ha mai risposto. Nemmeno un rigo, nemmeno una parola. Ma è giusto questo? Lei con il suo governo ha dato fondi per cose superflue, distogliendoli dalla sanità e dall’istruzione pur di favorire le lobby che l’hanno fatta eleggere senza curarsi della fine che stavamo facendo noi, poveri disgraziati, senza nessun potere contrattuale, noi che non potevamo ricattarla in nessun modo perché la fame e la disperazione non rendono nulla se non rassegnazione in chi è costretto a conviverci. Rassegnazione o rabbia!».
Si alzò di scatto in piedi e il presidente si rannicchiò nella poltrona cominciando a gemere: «La pre-prego, non mi uccida. Le darò tutti i soldi che le servono. Anzi, aprirò un fondo per lei e la sua famiglia, ma la prego di non uccidermi».
La fronte di Gaglione si corrugò.
«Ucciderla? Ma io non voglio questo. Voglio solo che mi ascolti. Un fondo, dice? E poi, per tutti gli altri che sono nella mia condizione? No, non ha capito. Qui bisogna tornare indietro e ridare speranze alla gente che soffre. Speranze – ha capito? – non chiacchiere!»
Nel dirlo si lasciò cadere di nuovo nella poltrona con le mani abbandonate tra le gambe divaricate, la canna della pistola rivolta verso terra.
«Lei, che si presenta come un grand’uomo, come l’uomo della provvidenza, come colui che risolve tutti i problemi, lei sa dirmi cosa avrebbe fatto al mio posto?» domandò con le lacrime che continuavano a scendere.
«Per favore, non mi uccida. Farò tutto quel che vuole, ma non mi spari. Cosa avrei fatto? Io... avrei...».
«Vuol sapere davvero cosa penso? L’avrebbe abbandonata. Come avrebbe potuto sopportare di essere accostato all’imperfezione, uno come lei che pensa di non invecchiare mai solo perché spende milioni per lifting e trucchi vari».
Sandro Badoni cadde in ginocchio davanti alla poltrona, giunse le mani e pregò tra le lacrime.
«Sì, sì, ha ragione: sono un verme. Ma mi lasci andare e farò tutto quel che vuole».
Gaglione si guardò intorno smarrito, come se solo allora si stesse rendendo conto di dove fosse e di quello che stava accadendo.
Si alzò dalla poltrona, con passi lenti e misurati attraversò la stanza sempre guardandosi intorno. Arrivato vicino alla porta si fermò con una mano sulla maniglia e l’altra, con la pistola ancora in pugno, abbandonata lungo il corpo e si girò per rivolgersi alla figura rannicchiata su se stessa sempre scossa da sussulti.
«E io che pensavo di essere un pover’uomo. Più la guardo e più mi rendo conto della pena che provo per lei e per quegli idioti che si bevono le sue fandonie».
Gaglione guardò la pistola che aveva in mano, la soppesò e con un sorriso amaro l’adagiò sul tavolino vicino alla porta d’ingresso.
Cecchi si scosse dalla visione e diede una spinta a Barra.
«Presto! Andiamo a prenderlo prima che qualcuno possa sparargli. Ma Del Rio...?»
Resisi conto che l’agente non era più nella sala monitor si precipitarono in direzione della suite.
«Maledetto figlio...» sibilò tra i denti Cecchi non appena arrivarono sul piano.
Nel corridoio antistante alla suite l’agente Del Rio, gongolante come non mai, spingeva Gaglione con le mani ammanettate dietro la schiena tra un nugolo di poliziotti armati.
«L’ho catturato. Ho salvato il presidente! Ho fatto irruzione nella stanza e l’ho disarmato!»
Sergio Barra trattenne l’irruenza di Mario Cecchi frenandolo con una mano aperta sul petto, ma non riuscì a impedire che terminasse la frase: «...di puttana!»

Il commissario Cecchi misurava a grandi passi l’ufficio con le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni. Il suo vice, seduto alla scrivania, gomiti piantati sul ripiano e mani chiuse a pugno a mantenere il mento, ne seguiva i movimenti con i soli occhi.
«Mario, ma che possiamo farci, ormai? Lo stoccafisso si è preso tutto il merito».
«Me ne frego del merito! Ma non capisci?» disse fermandosi di colpo e poggiandosi con entrambe la palme sulla scrivania così da poter fissare i suoi occhi in quelli di Barra. «Non solo ha dichiarato di aver disarmato un uomo che si era già arreso, ma non ha riferito che la pistola era caricata a salve. E poi, da leccapiedi qual è, ha detto che la fermezza del presidente ha convinto il terrorista  – come l’ha chiamato lui! – a desistere dai suoi propositi. Quando, invece, sappiamo come si è comportato Badoni, avendo assistito a tutta la scena dai monitor...»
La fronte di Mario Cecchi si aggrottò.
«Le registrazioni! Se abbiamo le registrazioni possiamo chiarire un po’ la faccenda!»
Sergio Barra afferrò il telefono e compose il numero della sala monitor.
L’espressione che si dipinse sul suo volto mentre posava la cornetta era un misto di delusione e rabbia.
«Sono sparite le registrazioni. Per l’esattezza, i file relativi a quelle ore sono stati cancellati!»
Il commissario digrignò i denti.
«Maledetto stoccafisso! Perché lo so, è stato lui. Pur di farsi bello con le alte sfere! Però, non possiamo solo arrabbiarci. Dobbiamo aiutare Gaglione. Se va in galera, la moglie e la figlia moriranno di stenti. Lo so che è colpevole: non si va in giro a minacciare la gente con una pistola anche se caricata a salve. Se poi il tipo che minacci è anche il presidente del governo... Ma non possiamo lasciare che uno, esasperato per quello che la vita gli consegna, debba anche apparire peggio di quel che è affinché altri possano sembrare grandi uomini quando invece sono poco più che mer…»
«Sst, e dai! Vuoi proprio che ci mettano ai ceppi? E poi, come facciamo a rendere un po’ più giusta questa società? Mica possiamo lasciare delle memorie... Memorie!»
Mario Cecchi guardò perplesso il suo amico chiedendosi se non stesse dando di matto.
«Memorie!? Ma che stai...»
«Aspetta, forse ci sono!» esclamò estraendo il cellulare da tasca.
«Ciao, Luigi. No, niente di particolare né qui, né a casa. Volevo solo chiederti una cosa: quando si registrano filmati in una sala monitor e si cancellano dopo i file relativi, è possibile ritrovarne memoria? Sì, c’è un server centrale. Ah, ho capito. Grazie, mi sei stato di grande aiuto. Ci vediamo stasera a casa».
«Che dice quell’hacker di tuo figlio?»
«Vieni, andiamo al centro elaborazione dati, dove c’è il server centrale. Forse lì c’è memoria dei dati cancellati!»

«Entri, agente Del Rio, non stia così impalato sulla soglia e si segga senza rimanere come al solito in piedi, rigido come uno st...».
Il provvidenziale colpo di tosse di Barra interruppe il commissario Cecchi che, dopo una rapida occhiata al suo vice, concluse: «Come uno stecco, volevo appunto dire».
Il poliziotto, pur seduto, continuò a mantenersi dritto come un fuso senza poggiarsi alla spalliera; sul volto aveva indossato la maschera di agente compito in attesa di ordini per mascherare il disagio che provava in seguito a quella convocazione così inusuale, in quanto diretta alla sua specifica persona, da parte dei propri superiori.
«Agente, è accaduto un fatto estremamente grave. Da fonti certe abbiamo saputo che la registrazione del video dell’attentato al presidente è caduta in mano di spregiudicati avversari politici».
Di proposito Cecchi fece una pausa e vide gli occhi di Del Rio sgranarsi dallo stupore.
«Ma se abb... cioè, se sono state cancellate tutte le registrazioni, come è possibile?»
Cecchi e Barra si scambiarono una fugace occhiata.
«Agente, suvvia, devo dire a una persona attenta e aggiornata come lei che esistono gli hacker?»
Del Rio annuì lentamente e commentò mordendosi il labbro inferiore: «Già, gli hacker. Quei maledetti anarchici. Dovrebbero prenderli tutti e...»
«Calma, calma, agente. E poi, non siamo qui per ‘sti quattro ragazzini appassionati di computer. Dobbiamo evitare che il presidente sia coinvolto in uno scandalo. Lei l’ha vista la registrazione, no? E Badoni non è che abbia fatto proprio la figura che va gridando ai quattro venti».
Del Rio, sempre più costernato, abbassò il capo scrollandolo con rassegnazione.
«No, no. Anzi, è stato un po’… preferisco non esprimere giudizi sul mio presidente», concluse sottolineando mio.
Cecchi e Barra si scambiarono un’occhiata e sospirarono quasi in contemporanea.
«Proprio perché sappiamo quanto lei tenga al suo presidente» disse Barra con la stessa enfasi, «vogliamo che partecipi a quest’azione volta a debellare la cospirazione».
«Co-cospirazione?» disse roteando lo sguardo per l’ufficio prima di posarlo sul volto del vice-commissario che annuì con studiata amarezza.
«Vogliono diffondere il video in tutto il paese per far dimettere il presidente, se non accetterà le loro condizioni».
«E quali sono?»
«Fare marcia indietro sui provvedimenti relativi al welfare».
Del Rio annuì più volte ripetendo la frase a mezza voce, come per assimilarne meglio il senso. Poi si alzò in piedi, ponendosi sull’attenti.
«Signori, con il vostro permesso, parlerò della faccenda con alcuni conoscenti che ho vicino al presidente, spiegando la gravità del momento».
«Prego, vada, agente. Se può, lo faccia quanto prima. Sa, in politica non c’è alcun rispetto e sono sicuro che gli avversari del presidente non esiterebbero a divulgare questa storia».
Del Rio, ancor più impettito del solito come se dalle sue azioni dipendesse il destino dell’intero pianeta, si pose sull’attenti e fece un rigido saluto militare. Prima che potesse lasciare l’ufficio Cecchi ne richiamò l’attenzione alzando l’indice e poi, in tono confidenziale, gli disse: «Ah, se vogliamo dar credito alla nuova versione dei fatti, forse sarebbe consigliabile che il presidente si rendesse magnanimo, donando spontaneamente la grazia a Gaglione».
Un lampo passò negli occhi di Del Rio.
«Capisco, signore. Sarà mia cura riferire anche questo» e uscì chiudendo piano la porta.
«Mi sento uno squalo che ha appena mangiato uno stoccafisso» commentò Barra senza nascondere la propria soddisfazione.
Cecchi sorrise all’amico e commentò con un’espressione beffarda: «In fondo non è stato un cattivo Natale».
La risata si spense sul viso di Barra: «Ma che altro volevi: figli che uccidono i padri, disadattati sociali che assassinano Babbo Natale e ‘sto povero disgraziato che per avere giustizia...»
S’interruppe vedendo gli occhi sorridenti di Cecchi.
«Mi stai prendendo in giro, brutto figlio di… Ormai penso con terrore a quel che potrà capitare al prossimo Natale».
«Aspetta, non correre. Anche a Pasqua…»
Barra si alzò dalla sedia e, turandosi le orecchie con le mani, gridò: «Basta, basta: sta’ zitto. Anzi, sei dispensato dal venire a cena l’ultimo dell’anno a casa nostra».
Cecchi gli andò vicino e, liberandogli le orecchie, disse ridendo: «Veramente, questa volta siete voi che sarete nostri ospiti».
«Allora in questo caso ritiro tutto: non posso certo offendere quell’angelo che ti sopporta da decenni, come me del resto».
Mentre Sergio Barra usciva dalla stanza sentì Mario Cecchi gridargli alle spalle: «Buon Natale!»
E sorrise.

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