lunedì 22 aprile 2013

FIAT LUX - Il racconto con il quale partecipo al Premio Zucca 2013.


FIAT LUX - Il racconto con il quale partecipo al Premio Zucca 2013.

Fiat lux
Un lungo brivido gli scosse il corpo e si svegliò.
Spalancò gli occhi, ma non successe nulla: il buio persisteva. Sbatté più volte le palpebre, ma l’oscurità continuò ad avvolgerlo.
Come il silenzio.
Trattenne il respiro e tese le orecchie; nessun rumore alleviò il senso di muto disagio che l’opprimeva.
Era steso a pancia in giù con il freddo che gli era penetrato fino alle ossa e con la guancia destra, quella che poggiava a terra, così gelata da non sentirla quasi più come propria.
Tastò con una mano la superficie sulla quale giaceva: era liscia, quasi levigata. E fredda.
Provò a sollevarsi, ma riuscì solo a ricadere sulla schiena; il dolore gli tolse per un attimo il fiato. In quel preciso istante gli sembrò di percepire qualcosa, come un breve rumore. Smise di proposito di respirare, alzò per quanto possibile il capo e roteò gli occhi tutt’intorno, ma il buio e il silenzio persistevano.
Scrollò appena la testa.
“Sarà stata un’impressione. Mi sa che sono solo in questo posto. Già, ma che diavolo sarà ‘sto posto? Di certo sono al chiuso: anche se fa freddo non ci sono correnti d’aria. E poi, sento un odore di stantio,  di umido, forse di muffa”. Si guardò ancora in giro, inutilmente. “Deve essere notte, così scuro e freddo. Non devo farmi prendere dal panico, devo rimanere calmo e aspettare che faccia giorno: quando arriverà la luce saprò”.
Un nuovo brivido gli squassò il corpo. Tentò di riscaldarsi infilando le mani nella giacca. La sentì umida e appiccicaticcia; d’istinto portò le dita verso il naso e avvertì un odore dolciastro e sgradevole. Un fiotto acido risalì lungo l’esofago impastandogli la bocca; si costrinse a rimandare tutto giù con una smorfia di disgusto.
Si pulì le mani strofinandole sui pantaloni e per terra.
“Di che cosa sono sporco? Forse sono ferito... però non ho nessun dolore” pensò tastandosi con la punta delle dita in varie parti del corpo.
Si distese, abbandonandosi completamente su quella superficie gelida.
“Devo restare tranquillo e risparmiare le forze. Non so quanto tempo ancora...”. Non terminò il pensiero: gli era sembrato di percepire quel rumore. Con un notevole sforzo si sedette e si raccolse stringendo le ginocchia tra le braccia; trattene ancora una volta il fiato per cogliere qualsiasi interruzione di quel silenzio incombente, ma nulla accadde.
Prese a scrutare tutt’intorno senza cogliere il minimo barlume di luce. Dopo alcuni minuti smise di puntare gli occhi nel nulla e affondò la testa tra le braccia. Avrebbe voluto piangere di rabbia più che di sconforto, ma gli occhi erano asciutti come non mai.
Di nuovo sentì il rumore; questa volta, però, udì anche un’eco liquida.
Sollevò la testa e nel farlo gli sembrò di distinguere i contorni delle braccia. Incredulo, alzò una mano davanti agli occhi sgranati. Era vera la visione di quell’immagine appena percepibile oppure era uno scherzo della mente? Strinse più volte il pugno e capì che vedeva davvero le sue dita muoversi.
«Forse sta arrivando l’alba» mormorò.
Prese a guardarsi intorno e sobbalzò. Lì, proprio di fronte a lui, c’era una figura imponente, alta all’incirca tre metri



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