sabato 14 settembre 2013

Il Collega

Ho scritto questo racconto alcuni anni fa, come se avessi avuto sentore della "restaurazione" (La Repubblica e www.quotidianosanita.it). Del resto con l'aria che tirava e tira tuttora...



IL COLLEGA

Non sono un nostalgico. Sono in pensione da un paio d’anni e ricordo con piacere tutto il tempo che ho passato in ospedale. Ma non sono un nostalgico. Non faccio come alcuni miei colleghi che telefonano lamentandosi: – Ti ricordi? Ai nostri tempi c’era questo, si faceva quello, noi eravamo quest’altro e invece adesso... – E ancora: – Ti ricordi di tizio, quello con il quale abbiamo studiato/lavorato/pubblicato/o chissà che? Beh, è morto l’altro giorno... – Chissà poi perché quando chiamano per parlare di qualcuno, questo è quasi sempre uno che da poco è trapassato. Comunque, io non sono un nostalgico, o almeno non come loro. Però stamattina, quando ho osservato la foto che era caduta, tutta quella storia mi è tornata in mente.
Ho ancora dei pazienti che vengono a visita e quando passa molto tempo tra un consulto e l’altro, devo rinfrescarmi la memoria sulle loro patologie spulciando nell’archivio. Questa mattina, appunto, stavo cercando notizie sulla signora Fabozzi che verrà domani pomeriggio, quando quella foto è scivolata fuori chissà da dove ed è planata per terra, capovolta.
L’ho raccolta e, prima di riporla, l’ho rigirata. Ho subito riconosciuto quel volto sorridente: è stato il volontario più anziano che abbia mai frequentato il mio reparto.
Erano ormai tre anni che dirigevo la Medicina Interna e spesso neo-laureati o specializzandi mi chiedevano di seguire l’attività della divisione. Il nostro era l’ospedale più affollato della zona e, quindi, quale posto poteva essere migliore per impratichirsi?
Quel giorno, il caposala mi riferì che c’era una persona in attesa di essere ricevuta per chiedere di frequentare. Notai l’espressione divertita, ma conoscendo la sua ossessione per l’altro sesso, pensai a qualche giovane laureata di apprezzabili fattezze.
Quando la porta si aprì, mi sorpresi nel vedere che dietro a quell’uomo che dimostrava più di settant’anni, non c’era una figlia o una nipote o almeno una protetta; ma fui rapido nel nascondere il mio stupore, alzandomi e porgendogli la mano; la strinse in modo franco e cortese. Gli feci cenno di accomodarsi e notai che attese che io fossi seduto, prima di accettare l’invito.
«Mi dica, signor...?»
«Professor Drisa, sono Francesco Carli. Le sembrerà strano, ma vorrei frequentare il suo reparto, nonostante i miei sessantacinque anni. Sono laureato in medicina, anche se per motivi che se vorrà le spiegherò, non ho mai esercitato».
«Certo, non c’è alcun problema. Mi dica pure le ragioni che l’hanno tenuta lontano dall’attività medica».
Lo vidi aggiustarsi sulla sedia, anche se con fare molto compito. Si schiarì la voce a occhi bassi e riprese.
«Ero un bravo studente. Non lo dico per vanteria. Nonostante i miei avessero ben poche possibilità economiche, sono sempre stato tra i migliori a scuola, come all’università. Però, proprio per la scarsezza delle risorse, sono stato costretto ad abbandonare gli studi al quinto anno e a trovarmi un lavoro».
Si raccolse, stringendo tra le ginocchia le mani intrecciate e mettendo i piedi sotto la sedia, prima di proseguire; il suo sguardo non era più diretto nei miei occhi.
«Ho tentato di continuare a studiare, ma era dura, anzi durissima. E la media calava. Non potevo accettarlo. E poi, all’epoca ero già fidanzato con Miriam, quella che oggi è mia moglie, e non potevo pretendere che lei mi aspettasse in eterno. Quindi abbandonai del tutto gli studi, con mio grande dolore».
Mi guardò di nuovo e proseguì.
«Però non ho mai rinunciato all’idea di laurearmi  e quando sono andato in pensione ho ripreso finalmente a dare gli esami. Sì, dico a dare gli esami, perché lo studio non l’ho mai abbandonato: ho tentato sempre di leggere i testi sacri della medicina e di aggiornarmi con riviste varie. Alla fine, con un bel po’ di ritardo, ce l’ho fatta e anche con una buona votazione finale».
Aveva un sorriso timido stampato sul voto aspettando un mio commento, mentre io osservavo il suo abbigliamento un po’ triste, un po’ d’altri tempi; mi soffermavo sul grigio chiaro gessato del completo, sul bianco non più smagliante della camicia, sul nodo stretto della cravatta di colore scuro.
«Bene, per me non c’è alcun problema, come già le ho detto. Può incominciare quando vuole».
Il sorriso diventò radioso; si alzò euforico, tendendomi la mano.
«La ringrazio, professore. Sarà un onore per me frequentare qui. Allora, se posso, verrò già domani».
Il palmo era appena sudato, ma la stretta era la sua, quella che poi imparammo a conoscere: rispettosa e sincera.
«Va bene, da domani. Ah, comunque, penso che essendo colleghi potremmo anche darci del tu» gli dissi mentre continuava a scuotermi la mano con entusiasmo.
Non successe mai. Per tutto il periodo che trascorse in reparto, il dottor Carli non mi diede mai del tu. Del resto, è sempre stato una persona molto educata, fino all’essere formale in particolari circostanze, ed è sempre stato molto disponibile con tutti; se poi ero io a chiedergli qualcosa, si faceva in quattro pur di portare a termine il compito. Però, nessuno ne ha mai approfittato; non ci si può approfittare di una persona così, è inutile: ci pensa da sé a dare tutto quello che può. E poi, era benvoluto da tutti, pazienti, colleghi e infermieri.
Ma non era solo affabile, era anche preparato. Forse la sua era una preparazione più teorica che pratica, però i suoi suggerimenti non erano affatto campati in aria ed erano posti sempre al momento giusto, con dovizia di particolari clinici e bibliografici.
I primi tempi che è stato con noi, non ha mai saltato una presenza: alle otto era già pronto ed era l’ultimo ad andare via a fine mattinata. Solo quando ci trattenevamo oltre l’orario previsto, fatto non raro in quell’ospedale, telefonava alla moglie pregandola di pranzare da sola perché lui non avrebbe fatto in tempo. Poi ci guardava e con un sorriso un po’ impacciato ci confidava: «Non lo fa mai. Ogni volta mi aspetta, anche se faccio tardi».
Una volta gli chiesi se avessero avuto figli. Chinò il capo, lo scrollò piano e, continuando a guardare per terra, mormorò: «Purtroppo non ne sono venuti».
Era evidente a tutti che sarebbe stato un padre perfetto. Bastava vedere che stupendo nonno-medico fosse! La sua capacità di entrare in confidenza con i bambini aveva del magico: subito smettevano di piangere o di protestare e si sottoponevano a qualsiasi visita o esame senza più alcuna opposizione ma scherzando con Carli; quando tutto era finito, lo costringevano a inginocchiarsi per il bacio di saluto, cosa che lui era ben lieto di fare.

Erano ormai passati diversi mesi, quando mi sorpresi nel vederlo confuso mentre presentava un caso clinico. Mi resi conto del perché quando il paziente, un uomo con vari tatuaggi di approssimativa realizzazione e con modi diametralmente opposti ai suoi, gli si rivolse con eccessiva confidenza, quasi prendendolo in giro per il suo attuale ruolo.
«Ma che, ora ti sei messo a fare pure tu il medico?» l’apostrofò con voce roca e sguaiata.
«Mi scusi, professore» disse mentre fulminava con un’occhiata il paziente, «ma questo signore e io siamo stati vicini di casa e perciò scherza così».
Mentre parlava, i suoi occhi vagarono per la stanza come se seguissero una mosca irrequieta e il suo volto apparve pallido con chiazze rubizze.
«Sì, tanto vicini che le nostre camere da letto confinavano» disse l’energumeno ridacchiando.
Il viso di Carli era diventato livido, le labbra serrate e pallide.
«Continuiamo il giro», intervenni per toglierlo dall’imbarazzo, «poi parleremo dei vari casi».
Solo nel mio studio, ripensai agli avvenimenti e mi feci portare la cartella clinica del paziente in questione. Non mi sorpresi quando lessi che era un detenuto agli arresti domiciliari. Appurate le sue condizioni cliniche, lo rimandai quanto prima a casa e non ne feci più cenno a Carli che da parte sua si guardò bene dal riprendere l’argomento.
Però, un piccolo tarlo si era ormai introdotto nella mia mente e aveva preso a scavare.
“Siamo sicuri che sia davvero laureato? Non gli ho neanche chiesto un attestato. Eppure avrei dovuto! Ma i suoi modi e la sua preparazione non sono certo da persona poco affidabile o ignara della materia. Però ho le mie responsabilità e devo saperne di più”.
Presi un po’ di tempo per distanziare l’evento e, con la scusa di una richiesta da parte della direzione sanitaria per tutti i medici che frequentavano il reparto, pretesi un certificato di laurea.
Non si scompose e disse che ne avrebbe fatto domanda alla propria università cosicché me lo avrebbe consegnato nel giro di pochi giorni.
Fui contento. Non avrei mai voluto scoprire che una persona così fosse un millantatore.
Passarono poco più di una decina di giorni, quando sentii bussare alla porta del mio studio e udii la sua voce.
«Direttore, posso?»
«Prego, entra pure. Lo sai che puoi farlo sempre, no?»
Entrò e, restando in piedi a debita distanza dalla scrivania, mi porse il documento che attestava il conseguimento della laurea. Mentre mi congratulavo annuendo e sorridendo, l’occhio mi cadde sulla data: era di almeno venticinque anni prima!
Alzai lo sguardo per puntarlo nei suoi occhi che subito mi sfuggirono; lui abbassò il capo con il viso contratto in una smorfia di disappunto e balbettò per la prima volta da quando lo conoscevo.
«Le-le chiedo scu-scusa. Po-posso sedermi?». La fronte pallida prese a imperlarsi di sudore.
«Certo, accomodati. Va tutto bene? Vuoi un bicchiere d’acqua?» gli chiesi avvicinandomi e mettendogli la mano su una spalla.
Scrollò il capo, sempre con il viso rivolto verso terra, in silenzio.
«Senti», gli dissi, «se non ti va di parlarne ora, puoi tornare più tardi oppure un altro giorno».
«No, no. Più tardi andrà bene. Verrò quando saranno andati via gli altri. Le racconterò tutto e poi lei deciderà. In ogni caso, fin da ora, le dico che non dimenticherò mai il periodo trascorso qui e nessuno di voi. Grazie, direttore, a dopo».
Si alzò e uscì dalla stanza con le spalle curve come se di colpo avesse cent'anni.
Rimasi pensieroso solo per pochi istanti, poi l'attività del reparto mi reclamò fino al primo pomeriggio, quando andarono via tutti i colleghi, tranne ovviamente il medico di guardia.
Nel mio studio compivo le solite azioni con studiata lentezza per permettere che passasse il tempo necessario affinché Carli trovasse la forza di venire a parlarmi.
Infine, riconobbi il suo bussare alla porta e gli dissi di entrare. Il suo aspetto non era mutato da quando era uscito dalla stanza, con quel peso sulle spalle. L'invitai a sedersi, gli chiesi se volesse un caffè o qualcos'altro; prese solo un bicchiere colmo di acqua, che sorseggiò diverse volte durante la nostra conversazione. O forse farei meglio a dire durante il suo racconto.
«Come già le dissi, ero al quinto anno quando dovetti interrompere gli studi, ma non fu per motivi economici. Avevo circa ventiquattro anni e realmente ero già fidanzato con Miriam da un paio di anni. Era quasi a metà degli anni sessanta, incominciava l'epoca dell'impegno sociale, delle ideologie, delle battaglie per i diritti civili e noi facevamo parte di un gruppo che lottava attivamente affinché la società divenisse più giusta. Avemmo dure diatribe con i nostri avversari, in particolare con quelli più reazionari e legati al clero più retrivo. Noi siamo stati sempre credenti, in particolare Miriam; però, abbiamo lottato per il divorzio perché pensavamo che fosse giusto mettere fine a un rapporto logoro e, più tardi, anche per l'aborto per sottrarre le donne, per lo più ragazze, alle vessazioni economiche e sociali e alle pratiche mediche poco sicure. E proprio a noi capitò di restare... cioè, a Miriam successe di rimanere incinta. Non sapevamo come fare: i suoi genitori non avrebbero mai capito e rischiavamo di lasciarci per sempre; anche perché io non ero proprio ben visto dai suoi, non ero il partito che avrebbero sperato per la figlia – tra l'altro unica – non ero, insomma, il ragazzo timorato di Dio, tutto casa e chiesa, che barattava le proprie convinzioni con la scalata sociale. Quindi fummo costretti ad andare da un ginecologo che eseguiva aborti clandestini. Ci portò da lui un'amica, senza farne mai il nome. La nostra sorpresa fu enorme, quando riconoscemmo il dottor Ressi, il più fiero oppositore all’aborto che la scena politica di quel tempo avesse mai visto. Apparteneva a un partito di estrema destra che riuniva monarchici, nostalgici del fascismo e cattolici integralisti. I suoi comizi si concludevano immancabilmente con “Dio, Patria e Famiglia”, mentre in realtà il suo dio era il denaro, la sua patria ovunque potesse fare i suoi porci comodi e di famiglie ne aveva almeno due. Lei forse ricorderà questo nome e tutto quel che successe...»
Annuii pregandolo, però, di continuare la sua storia. Anche se all’epoca ero adolescente, ricordavo bene lo scandalo e ricordavo anche come tutto mi fosse sembrato sempre poco chiaro, fin dal principio.
Chiuse gli occhi per alcuni istanti respirando profondamente; acconsentì, infine, con lenti movimenti del capo e riprese.
«Non domandò nulla, chi fossimo o da dove venissimo. L’unica cosa che chiese fu di dargli il compenso – e non era poco – in contanti. Non avevamo altra scelta, accettammo. Aspettai fuori dello studio in una sala d’attesa a stento illuminata da un unico neon al centro del soffitto, dove c’erano solo poche sedie, nessun quadro, nessuna rivista».
S’interruppe di nuovo; lo fissai negli occhi e vidi la sua pena crescere nel riportare a galla quei ricordi. Prese il bicchiere, deglutì rumorosamente un po’ d’acqua e si rischiarò la voce prima di continuare.
«Lei deve capire, non avevamo scelta. Noi adoravamo i bambini, ma non potevamo permettercelo, a quell’età e nella situazione economica in cui eravamo. Certo avremmo potuto adottare dei metodi per evitare che capitasse ciò, ma all’epoca non è che se ne sapesse molto. E poi, l’incidente può sempre capitare, specie quando si è giovani, pieni di foga e scarsi di conoscenze».
«Non preoccuparti: non sono abituato a giudicare fatti così privati» lo rassicurai.
«Uscì non so dopo quanto tempo. Era cerea e si teneva il grembo con una mano; venne verso di me barcollando, nonostante che l’assistente del ginecologo la sostenesse per un braccio. Le corsi incontro e l’abbracciai. Ricordo ancora i suoi occhi stanchi, le labbra aride e livide, e l’odore di medicinali che aveva addosso. L’infermiera mi disse di tenerla a riposo e di non preoccuparsi se avesse avuto delle perdite ematiche perché dopo questo tipo di interventi era la norma». 
Scrollò la testa nascondendo il viso tra le mani e sbottò in una soffocata imprecazione.
«Maledetti figli di put...!»
Si riprese un attimo dopo, rialzando il capo e cercando comprensione nei miei occhi. I suoi erano iniettati di sangue e prossimi al pianto.
«Mi scusi, non volevo essere volgare».
Feci un cenno con la mano per sottolineare l’irrilevanza della cosa, invitandolo a proseguire.
«La notte, in effetti, trascorse con poche perdite. Però Miriam era sempre più pallida, sudata, con il cuore che batteva a mille. E io solo potevo accudirla: uno studente di medicina al quarto anno. Mi sono sempre ripetuto che non avrei potuto accorgermene, ma un sordo rimorso mi è sempre rimasto. All’alba, Miriam si fece accompagnare in bagno. A malapena si reggeva in piedi, ma con il mio aiuto ci arrivò. Non riuscì nemmeno a sedersi sul water, però: una cascata rossa formò un lago sulle mattonelle e lei svenne. La sollevai con i vestiti zuppi di sangue e riuscii a stenderla sul letto. Telefonai al dottore che, con voce roca di sonno e alquanto seccata, mi disse che lui non sapeva nulla di questa storia e se c’era qualcuno con un’emorragia doveva essere condotto in ospedale. Rimasi allibito a guardare la cornetta nera che mandava il segnale di linea interrotta. La scagliai lontano e mi precipitai da Miriam. Aveva le labbra esangui, il corpo madido di sudore scosso da piccoli brividi e non reagiva alla mia voce. La sollevai, la distesi sul sedile dell’auto e volai al più vicino pronto soccorso».
Si fermò per trattenere ancora le lacrime, con la testa calata, gli occhi socchiusi. Non dissi nulla, aspettando che si riprendesse da sé.
«Le fecero diverse trasfusioni, ma l’emorragia continuava imperterrita. Il medico di guardia voleva sapere cosa e come era successo. Lo guardai a lungo senza avere il coraggio di rivelare nulla. Mi mise la mano su una spalla e mormorò, in maniera tale che solo io potessi sentire, che aveva capito tutto, che purtroppo di farabutti ce ne erano sempre di più e aggiunse che avrebbe fatto il possibile anche se la situazione era complicata. Infatti, Miriam subì l’asportazione dell’utero. Così fu salva, ma non abbiamo potuto più avere figli».
Scosse piano il capo e chiuse gli occhi per un lungo istante prima che la mia domanda lo riportasse alla realtà.
«E non lo avete denunciato, quel disgraziato?»
«Purtroppo, di prove inconfutabili non ce ne erano e poi i suoi appoggi politici, come dopo dovemmo verificare, erano molto influenti».
«Ma com’è, allora, che successe quella storia?»
I suoi occhi vagarono nel vuoto e sul suo viso si dipinse una smorfia.
«Miriam si riprese in circa un mese, dal punto di vista fisico. Fu da quello psicologico che impiegò molto più tempo. Del resto, non è facile da digerire, per una ragazza giovane, il fatto di non potere avere figli; con l’aggravante che questo non era dovuto a uno scherzo della natura, ma era la conseguenza dell’incuria e dell’imperizia di un individuo così ignobile da anteporre i soldi a tutto».
Carli fece una pausa e prese un sorso d’acqua.
«Tentammo di dimenticare tutto, ma non fu facile. Anzi, per un certo periodo di tempo ci lasciammo pure. Si era convinta che fossi rimasto con lei per pietà, non per amore, e Miriam non è certo tipo da sopportare una situazione del genere. Invece, io l’amavo come ho sempre fatto e come continuo tuttora a fare. Alla fine, la convinsi che i miei sentimenti erano schietti e ci ritrovammo ancora più innamorati di prima. Riprendemmo la nostra vita, i nostri studi, le nostre passioni. Riprendemmo anche le nostre battaglie per i diritti civili, alle quali aggiungemmo quella per l’educazione sessuale. Volevamo che a nessuno dovesse capitare quello che era successo a noi, che nessuno dovesse sottomettersi a individui del genere e subire in silenzio. Come era successo a noi. Ma fummo ostacolati dagli stessi che avevamo avuto contro già per le altre lotte. Discutendo con i ragazzi con i quali condividevamo gli obiettivi, capimmo che lo scopo di alcuni dei nostri oppositori era proibire per poter sfruttare la situazione. Più si è ignoranti e maggiormente si può essere sfruttati. Per gli altri, per quelli che mantenevano posizioni intransigenti sulla religione, era una maniera per non perdere potere; almeno secondo loro, perché se poi si vede quante persone si sono allontanate proprio per tali prese di posizione... ma questo è un altro discorso».
Continuai con una certa impazienza ad ascoltare il suo racconto, ben sapendo che si dilungava per allontanare il momento in cui avrebbe dovuto descrivermi come erano andati i fatti che all’epoca fecero scalpore. Lo guardai negli occhi, senza far trapelare la mia attesa: volevo solo rassicurarlo.
«Mettemmo su dei corsi gratuiti di educazione sessuale, ma fummo ostacolati ancora, con denunce e obbligo da parte dell’autorità di sospenderli per violazione di non so quali leggi. Facevamo circolare volantini con suggerimenti e consigli per evitare di andarsi a ficcare in guai simili a quello capitato a noi. Ma fu tutto inutile. Era il periodo in cui si incominciava a parlare di libertà sessuale. Però, senza dare i mezzi affinché la gente potesse realmente goderne, non era altro che un’ulteriore presa in giro da parte di coloro che sfruttavano qualsiasi situazione a proprio vantaggio; infatti, questo comportò  un aumento delle gravidanze indesiderate e, di conseguenza, degli aborti illegali con relativi cospicui guadagni illeciti».
Carli tirò su un lungo sospiro prima di continuare.
«In quel periodo, Miriam si era appassionata al lavoro a maglia ed era diventata talmente brava e così piena di fantasia che ne faceva per sé e per gli altri. Aveva avuto una richiesta da una sua cugina per uno scialle di lana doppia. Mi chiese di accompagnarla a cercare i ferri adatti, di legno numero dieci. Il negozio non era molto distante da quell’orribile luogo, dove avvenne il suo maledetto intervento, ma feci un giro largo con l’auto per evitare di passare lì davanti. Cosa che, del resto, facevo sempre e che, a maggior ragione, continuo a fare ora. All’uscita del negozio, Miriam era tutta contenta di aver trovato proprio i ferri che desiderava, ma tutta la sua allegria scomparve quando incrociammo la nostra amica, o meglio ex-amica, quella che ci aveva procurato il contatto con il dottor Ressi. Era in compagnia di due ragazzette di circa quattordici anni, con gli occhi vellutati e i lineamenti troppo arrotondati per delle adolescenti. Miriam la fermò trattenendola per un braccio e le chiese, fissandola con durezza negli occhi, se le stesse portando lì, in quella specie di ambulatorio. Ne venne fuori un battibecco, ma ogni sua parola non era altro che una conferma alle supposizioni di Miriam che, infine, le domandò come potesse continuare a fare queste cose dopo quello che le era successo. – Soldi, le vomitò in faccia l’altra, tu non ne hai bisogno? Io molto –. Miriam allentò la presa, restando a bocca aperta, mentre la ragazza afferrava le due adolescenti e le conduceva via. Ci riprendemmo dopo un attimo e lei decise che non poteva permettere che uno scempio tale accadesse anche a ragazze così giovani. Era una furia, non volle sentire ragioni, ma devo confessare che io non mi opposi gran che: in fondo, anche a me non andava giù quella faccenda. Arrivammo all’ambulatorio ed entrammo senza bussare. Il neon al soffitto emetteva la luce con alternanza rendendo la scena surreale. Il dottor Ressi stava prendendo i soldi dalle mani di una delle ragazze. Miriam, urlando di dolore, raccontò tutto quello che le era successo. Le ragazze impallidirono. Quella che aveva già pagato strappò il denaro di mano al dottore e scappò via insieme alla compagna. Il ginecologo rimase solo per un attimo frastornato dall’intervento di Miriam, ma poi urlò alla sua procacciatrice d’affari di correre dietro alle due, altrimenti non avrebbe avuto niente. Anzi, disse che non le avrebbe dato mai più un soldo».
Gomiti sul tavolo, mani incrociate a sostenere il mento, non perdevo una sillaba di quel che diceva il mio collega.
«Rimasti soli, ci affrontò dicendo che se volevamo denaro da lui, non ce ne avrebbe mai dato. Non aveva capito niente, come succede sempre quando le persone sono diverse per sensibilità, per cultura, per anima. Si scagliò su di me e, essendo un omone di almeno cento chili, mi fece cadere a terra, dove mi lasciò senza fiato dopo un calcio al ventre. Incominciò a inveire verso Miriam, chiamandola puttana, troia e mille altri epiteti che non sto qui a ripetere. Ma lei non è tipo da arretrare quando sa di avere la ragione dalla sua: gli disse che avrebbe contattato quelle due minorenni e le avrebbe convinte a denunciarlo. Il dottore, con gli occhi rossi di rabbia quasi fuori dalle orbite, emise un grido rabbioso e si lanciò con le mani protese ad afferrare la gola di Miriam. Pur continuando a stare steso a terra, riuscii a colpirlo con un calcio a un ginocchio. Ricordo ancora tutta la scena come al rallentatore: dopo il colpo barcollò, perse l’equilibrio, con le mani si aggrappò al nulla e cadde sfiorando Miriam. Lei corse verso di me e mi aiutò a tirarmi su nel timore di essere ancora aggrediti, ma con stupore vedemmo che Ressi sussultava senza riuscire ad alzarsi. Andammo verso di lui per capire cosa stesse accadendo, ma ci fermammo di colpo: la punta di uno dei ferri sbucava da sotto la scapola sinistra e tutt’intorno sula camicia si allargava una chiazza scura. Un ultimo sussulto e il corpo diventò immobile. Il viso di Miriam fu trasfigurato dall’orrore; lei non aveva mai visto un morto prima di allora, figuriamoci uno di morte violenta. Subito mi resi conto di tutto. Strappai, allora, la borsa di Miriam da sotto il corpo e gliela diedi, dicendole di scappare via perché tra non molto sarebbe arrivata la polizia e le spiegazioni non sarebbero state facili; però, forse, avrebbero creduto all’incidente se sulla scena del crimine avessero trovato una sola persona. Lei, frastornata dagli eventi, seguì i miei suggerimenti e sparì fuggendo dal balcone».
D’improvviso mi accorsi che il pomeriggio volgeva al termine e che lo studio era ormai in penombra; accesi il lume sul tavolo e Carli abbassò il capo per non farsi guardare negli occhi.
«Fui arrestato. In un primo tempo, i magistrati credettero all’ipotesi dell’incidente, ma poi intervennero i colleghi di partito di Ressi e sfruttarono la situazione per scopi politici. Il fatto che fossi impegnato per i diritti civili, che avessi avuto diffide per i comportamenti dei quali le ho raccontato prima e che avessi conosciuto persone che in seguito avevano aderito a gruppi estremisti, fece di me un ottimo capro espiatorio. Fui condannato all’ergastolo per omicidio premeditato e associazione sovversiva contro lo stato democratico. Io, che non ho mai sparato neanche per sbaglio».
Scosse sconsolatamente la testa sempre tenendola china.
«E non fosti difeso dall’opposizione?»
«Avevo anche il clero contro e all’epoca tutti i partiti tentavano di ingraziarsi la parte di riferimento politico della chiesa, quindi fui lasciato a me stesso. In effetti, non appartenendo a nessuno schieramento, non c’era interesse a prendere le mie difese. E poi, forse ricorderà che anche nei partiti di opposizione c’era molto moralismo e c’erano molti bigotti».
Annuii mentre cercavo tra i ricordi e tra quello che avevo appreso dalla Storia.
«Quindi hai studiato in carcere, giusto?»
«Sì, anche se ho dovuto aspettare molto per ottenere il permesso per frequentare l’università. Comunque, alla fine ce l’ho fatta. Grazie anche a Miriam che non mi ha mai abbandonato. Ci siamo anche sposati in carcere; lei lo ha voluto per sé, per i suoi e anche per dare un segnale a coloro che mi avevano condannato senza sentire le mie ragioni. Solo cinque anni fa mi è stata ridotta la pena con tre di soggiorno obbligato. Da allora Miriam mi ha sempre spronato a venire a chiedere di frequentare perché da sempre sa che questa era la professione che avevo scelto. Alla fine, mi ha convinto e, dopo attente valutazioni, sono arrivato qui da lei. Ora sa tutto e se vuole che non venga più, posso capirla. A nessuno piace avere un ergastolano che frequenta il reparto».
«Mi ha fatto piacere che ti sia confidato con me» gli dissi alzandomi da dietro il tavolo e porgendogli la mano. «Domani, anche se non devo certo raccomandarlo a te, alle otto in reparto».
Alzò la testa, la inclinò di lato e, continuando a tenere le mani abbandonate in grembo, mi guardò come se non avesse afferrato quello che gli avevo appena detto; infine, si tirò su e, con un sorriso che illuminava tutta la stanza, mi strinse la mano.
«Io non so come ringraziarla, professore».
«Continuando a venire e continuando a confidarti come faresti con un amico».
Rimasi solo nello studio, spensi la lampada e guardai fuori dalla finestra la luce gialla dei lampioni e le cime degli alberi che oscillavano spinte dal vento.
Pensai che la vita è strana e che riserva sorprese anche da parte di coloro dai quali meno te le aspetteresti.
Mi chiesi, dopo almeno dieci minuti dedicati a queste riflessioni e a ripercorrere tutta la storia, se mi fosse stata detta tutta la verità.
Accesi il computer e navigai su internet in cerca di notizie. In effetti, le cose erano andate come mi aveva detto Carli, anche se erano state rilevate alcune incongruenze nella sua testimonianza che furono attribuite a tentativi fatti dall’imputato per minimizzare le proprie colpe.

Carli continuò a venire in reparto come aveva fatto fino a quel momento: primo ad arrivare, ultimo ad andarsene; preciso e referenziato nei suggerimenti; sempre educato e amichevole, rispettoso di tutti; tra noi nulla cambiò e non tornammo mai più sull’argomento.
Dopo circa un anno, la moglie si ammalò e lui prese ad assentarsi di tanto in tanto per accudirla, sempre scusandosi di non poter venire.
Man mano che le assenze aumentavano, capimmo che la situazione si aggravava di giorno in giorno. Quelle rare volte che ormai si faceva vivo, appariva dimagrito, smunto e con gli occhi che cercavano inutilmente qualcosa nel vuoto.
Passò circa un mese dalla morte della moglie prima che riprendesse a frequentare come faceva in precedenza. Mi disse con fare confidenziale che questo l’avrebbe aiutato a non sentire troppo la sua mancanza. Ma noi ci accorgemmo che non era più lo stesso. Lo sorprendevamo distratto durante il giro visita e anche quei guizzi di intuito che aveva esibito in passato non erano più presenti come allora. Però gli volevamo bene e ci faceva piacere che continuasse a frequentare il reparto.
Io in particolare, conoscendo la storia, ci tenevo che venisse perché sapevo che la solitudine per lui era la peggiore di tutte le malattie. Uno che è stato per tanto tempo privo della libertà pensando solo alla sua amata, al tempo che lo separa dai suoi abbracci, al fatto che rifarebbe ogni cosa daccapo pur di averla sempre con sé, uno così soffre molto più ora che non ha nessun futuro di quando poteva sperarne uno.
Infatti, dopo alcuni mesi riprese ad assentarsi con maggior frequenza e infine non venne più.
Decisi di andarlo a trovare. Era stato contento al telefono, quando gli avevo preannunciato la visita e mi accolse molto cordialmente. Era vestito nel suo completo grigio come se dovesse uscire, sbarbato e con i capelli in perfetto ordine. Anche la casa appariva in ordine; quello di Miriam, supposi, che lui continuava a rispettare nei minimi dettagli.
Volle sapere dei casi clinici che avevamo in reparto, mentre io, invece, mi informavo della sua salute. Nonostante tentasse di apparire gioviale, era evidente che soffriva. I suoi occhi, di tanto in tanto, guizzavano lontano, rapiti da chissà quale ricordo.
Senza nessuna ragione e senza alcun preavviso incominciammo a parlare della moglie e del fatto che gli mancasse più ora che sapeva non sarebbe mai più tornata che in prigione. Come avevo immaginato.
Non pianse, forse non aveva più lacrime.
A un certo punto non riuscii a trattenere la domanda che avevo da quel pomeriggio, quando mi raccontò tutto l’accaduto. Gli chiesi se fosse stato veramente lui a causare la morte del ginecologo o se piuttosto avesse voluto proteggere fino in fondo la moglie, anche a costo di un tale sacrificio.
«Che importanza ha? In fondo, noi siamo stati sempre una coppia e, nel bene e nel male, le scelte le abbiamo fatte sempre insieme».
«Nel bene, nel bene», gli dissi sorridendo.
L’abbracciai nel salutarlo e solo allora si commosse.
Le nostre telefonate si diradarono sempre di più fino a diventare occasionali.
Dopo quasi un anno che non lo sentivo, venni a sapere da altri colleghi che era stato trovato morto nel suo letto, la mano sotto il cuscino, il sorriso sulle labbra; era adagiato sul fianco sinistro, rivolto verso la foto sul comodino, dove splendeva Miriam a vent’anni.

Ripongo la foto di Carli tra gli altri ricordi e vado a sedere sulla poltrona di fronte alla TV.
Con gesto abituale, senza pensarci, l’accendo; le immagini si susseguono sullo schermo, qualcuno parla ma io, con il telecomando che pende inerte dalla mano, non seguo nulla.
Di colpo, la mia attenzione è rapita dalle parole dello speaker: sta riferendo della proposta di alcuni parlamentari di riconsiderare la legge sull’aborto. Seguo per qualche attimo le farneticanti argomentazioni del tronfio, grasso e untuoso politico di turno per spegnere, infine, il televisore con una decisa pressione sul tasto.
Mi alzo, mi dirigo verso la libreria e prendo la foto che ho riposto da poco; il sorriso sul volto del mio collega non riesce a nascondere la malinconia dentro i suoi occhi.
Infilo la foto sotto il vetro della scrivania, pianto i pugni stretti davanti a me e guardo fuori della finestra il mondo, con aria di sfida.
«Non preoccuparti, Carli. A costo di far scendere in piazza anche un vecchio riottoso come me, questa gentaglia non passerà».