martedì 8 luglio 2014

L'amore negato




Assunta Noci, capoclan dell’omonima famiglia camorristica, è rinvenuta cadavere nella propria vasca da bagno. Sebbene tutto sembri indicare una morte accidentale, il commissario incaricato delle indagini, Bruno Reinhard, dalle caratteristiche fisiche e dagli umori poco concordi con il cognome non è convinto. Per lui, è raro che questa gente muoia in modo così stupido. Alcuni elementi finiranno per dargli ragione. Fra indagini, amore e un passato che ritorna il commissario Reinhard si ritroverà invischiato in una storia senza tregua.

RECENSIONI

Recensione di Bruno Elpis sul blog malgradopoi.it

Recensione di Massimo Minimo su ThrillerPages

Recensione di Giulia Velluti sul Mangialibri

Recensione di Donatella Perullo su i-Libri

Rcensione di Giulia Iannone su Liberi di scrivere


domenica 26 gennaio 2014

La pioggia all'improvviso



La pioggia all’improvviso




La pioggia giunse all’improvviso, come fa sempre in montagna a fine estate. Il cielo si era appena rabbuiato, quando lo scroscio li sorprese. Erano giusto a metà strada, tra la cima e il rifugio, senza possibilità di ripararsi, con l’oscurità che incombeva.
Quando arrivarono non avevano alcun indumento asciutto.
Nonostante il camino e i fiaschi di vino, ci volle del tempo prima che si riprendessero e cominciassero a discutere di quello che avevano fatto nella giornata appena passata e dei progetti per i giorni a seguire.
Di colpo, in un attimo di inaspettato silenzio, una voce stanca e roca risuonò nello stanzone: «Rischiare la vita ogni giorno... Ma chi ce lo fa fare?»
Dei presenti molti annuirono con movimenti lenti, altri socchiusero gli occhi inspirando a labbra strette, altri ancora scrollarono il capo con mestizia.
Un ragazzo di una ventina d’anni si alzò da vicino al fuoco e sedette al tavolo che occupava il centro della grande stanza. Gli sguardi di tutti si puntarono su di lui e Gianni si riempì un bicchiere di rosso, ne prese un sorso e cominciò a parlare senza guardare nessuno in particolare, come se stesse riannodando i ricordi man mano che affioravano.

D’estate, andavo con la famiglia al paese di una zia di mia madre; così facevano anche gli altri parenti della mamma. Se per gli adulti era un momento d’incontro, per noi ragazzi era una vera gioia riunirsi per intere giornate; al mattino si andava al mare dove, tra battaglie con le canne, castelli di sabbia, gare di nuoto e centinaia di altri giochi, il tempo per annoiarsi non c’era proprio; nel pomeriggio ci si organizzava sempre per qualche giro in bici, partite a biliardino nel bar di zio Nello, o qualsiasi altra cosa la nostra immaginazione potesse escogitare; non mancava qualche serata sulla spiaggia per un falò.
Ma tutti, grandi e piccoli, aspettavamo una sola cosa: i giorni delle bottiglie di pomodoro. In quel periodo, infatti, arrivavano da fuori anche altri parenti per partecipare alla preparazione delle conserve. Ogni famiglia, poi, portava via la sua parte di salsa imbottigliata da utilizzare per tutto l’anno.

Gianni fece una pausa mentre l’oscurità avvolgeva tutto e solo le fiamme del camino permettevano di distinguere i volti attenti dei presenti; sorseggiò dell’altro vino e riprese il racconto.

L’ultima volta che andammo fu quattro anni fa.
Quel giorno la luce del sole che filtrava attraverso le tapparelle socchiuse mi abbagliò per un solo momento; non mi voltai verso il muro per continuare a poltrire come facevo ogni mattina, perché quella era la prima giornata delle bottiglie di pomodoro. Saltai giù dal letto e mi precipitai in cucina per la colazione.
Mia madre, che era lì già tutta affaccendata, mi accolse con un sorriso. Sul tavolo c’era la mia tazza colma di latte; la vuotai in un attimo.
«Gianni, vabbè che oggi si fanno le bottiglie, ma ricordati di lavarti e vestirti prima di correre da zio Nello».
«E certo, ma’, mica vado in giro così!» risposi passandomi una mano tra i capelli arruffati.
«Tu ne saresti capace, con la testa che ti ritrovi» disse scuotendo appena il capo, continuando a sorridermi. Solo allora mi resi conto di essere ancora in mutande e canottiera.
Lei, però, non sapeva che quel giorno il suo ragazzo sarebbe stato lindo e pulito come non mai. O almeno non dava l’impressione di averlo intuito.
Avevo quell’età in cui ci si sorprende nello scoprire che le ragazze non sono tutte stupide, smorfiose e antipatiche; e, d’altra parte, avevo notato che loro, le femminucce, cominciavano ad apprezzare noi ragazzi anche se non sopportavano che parlassimo sempre di calcio e che ci atteggiassimo a uomini duri. Anche perché, in realtà, con loro eravamo dei tali imbranati...

Un sorriso venato di nostalgia comparve sul viso di Gianni; scosse la testa per scacciare il nuovo ricordo che stava affiorando e riprese a parlare.

Quel giorno non vedevo l’ora di incontrare Elena, la più piccola dei Ferrara. Loro, in effetti, non erano proprio della famiglia: la madre di Elena era cugina di una cugina di mia madre; d’estate, però, ci riunivamo da sempre e quindi li consideravamo parte integrante della parentela, anche se da alcuni anni venivano solo nel periodo delle conserve; capii in seguito il perché.
Per la verità era già dall’anno precedente che avevamo legato, quando era incominciata un’amicizia speciale tra noi. Tutto era nato come una sfida. Elena era bella; aveva lunghi capelli neri, pieni di riccioli ribelli, e gli occhi verdi. D’estate, poi, tutta abbronzata sembrava una pantera per come si muoveva. Infatti, la sua agilità era riconosciuta da tutti, maschi e femmine, e ben pochi potevano competere con lei quando si arrampicava sugli alberi. Sebbene avesse quei vestitini corti che usano le ragazze per prendere il sole, scattava da una parte all’altra, incurante della gonna che si sollevava. Io rimanevo per delle ore a guardarla e sentivo il cuore battermi in petto più veloce e più forte. Ben presto la mia ammirazione si trasformò in sfida: presi ad arrampicarmi anch’io sugli alberi tentando di essere più veloce di lei. Però non avevo una reale intenzione di sconfiggerla; desideravo solo riuscire a meritarmi il suo rispetto, se non il suo apprezzamento, per  poter stare solo con lei.
L’estate precedente le capitai lontano: io avevo il compito di disporre sul lungo tavolo le bottiglie pulite, Elena quello di mettere la foglia di basilico prima che fossero tappate. Non riuscimmo a parlare quasi per niente. Questa volta, però, non dovevo lasciarmi fregare, dovevo escogitare un piano. Mentre mi arrovellavo su come fare, sentii la voce di mia madre che diceva: «Gianni, va a metterti ai tappi; ormai sei grande e puoi farlo tu al posto di papà». Lanciai un’occhiata a mio padre: era a lui che spettava il ruolo di chiudere le bottiglie in quanto anziano del gruppo. Uomo di poche parole, fece un breve sorriso: era il suo modo per dirmi che non aveva nulla in contrario.
Gongolai, senza neanche chiedermi se i miei l’avessero fatto apposta, e mi affrettai a guadagnare la postazione.
Il sole splendeva in un cielo senza nubi e la giornata si preannunciava meravigliosa, ma non solo per questo. Pur lavorando sodo, scherzavamo e ridevamo anche di cose banali; ci capitò più volte di scoppiare in risate senza senso, solo perché i nostri sguardi si erano incrociati.
Ricordo lei e nessun altro, come se fossimo soli nello spiazzo al centro del giardino dello zio Nello. Il sorriso di Elena spiccava sul volto abbronzato e i suoi occhi sfavillavano tra le ciocche di capelli corvini.
 L’odore acre del pomodoro e il profumo del basilico non potevano nascondermi la sua fragranza e io me ne beavo, aspirando a pieni polmoni.
 Tendevo il braccio per afferrare le bottiglie che mi porgeva dopo aver messo il basilico; le tappavo senza neanche guardarle: avevo occhi solo per lei.
Di tanto in tanto una ciocca più ribelle delle altre le oscurava la vista ed Elena tentava di portarla su con il dorso della mano sporca di salsa. Alla fine mi decisi e l’aiutai, tirando i capelli indocili dietro l’orecchio; mi lasciò fare, ringraziandomi poi con un sorriso. Da quel momento bastava una sua occhiata perché ripetessi l’azione. L’ultima volta, prima che interrompessimo il lavoro per la pausa che ci si concedeva per uno spuntino, mi sembrò quasi che fosse sul punto di darmi un bacio invece del solo sorriso. Il mio cuore sobbalzò come se volesse uscirmi dal petto.
Sebbene non avessi fame, agguantai in trance il panino che mi porgeva qualcuno e la seguii. Ci fermammo sotto il fico più grande del giardino, quello delle nostre sfide. La vidi mentre lanciava uno sguardo su verso la cima dell’albero e capii. Ci arrampicammo come due scimmie, lei da una parte, io dall’altra del grosso fusto; ci ritrovammo su quello che avevamo eletto come nostro ramo, faccia a faccia con le labbra a pochi millimetri di distanza. L’imbarazzo si dissolse in una risata. Ci sedemmo a cavalcioni e incrociammo sguardi e sorrisi; infine trovai il coraggio per prenderle una mano. Elena lanciò un’occhiata giù tra le fronde per assicurarsi che nessuno ci potesse vedere e mi sfiorò le labbra con un bacio. Il panino mi cadde; con la coda dell’occhio vidi il cane di zio Nello che l’afferrava al volo e poi  fuggiva via per andare a divorarlo chissà dove.
Non so quanto tempo passò, di sicuro troppo poco, e alla fine sentimmo le voci dei nostri genitori che ci chiamavano per invitarci a continuare il lavoro. Le feci segno di non parlare; lei acconsentì anche con gli occhi. Poi udimmo la voce della cugina che avevamo in comune, Enrica: «Sono sull’albero. Li ho visti prima quando sono saliti» e capimmo che dovevamo arrenderci.
Scendemmo come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se nulla fosse successo, e andammo a riprendere posto. Dentro mi sentivo pieno e soddisfatto, anche se non avevo dato neanche un morso al panino. Cercai il cane con lo sguardo; lo vidi che dormiva, satollo, all’ombra.
Riprendemmo il lavoro e bastò un suo sorriso, una sua occhiata complice perché ogni cosa sparisse di nuovo intorno a noi.
Tutto sembrava collaborare perché la giornata proseguisse meravigliosa: il sole che splendeva nel cielo limpido, l’aria piena dei profumi del pomodoro e del basilico, lei che mi guardava sorridente, io che le parlavo e che l’avevo anche baciata!
Fino al momento in cui udimmo il rombo di automobili in avvicinamento e il rumore della frenata sulla terra battuta, davanti alla casa dove eravamo.

La voce di Gianni non si udiva più da qualche istante.
Un uomo andò al tavolo, versò del vino nel bicchiere vuoto che il ragazzo continuava a stringere in mano e gli fece cenno di bere; poi, riempì il suo e tornò al proprio posto.
La voce riprese nel silenzio, con un tono diverso da prima, con un’ombra di dolore.

Avevamo interrotto il lavoro con il fiato sospeso. Pensammo subito che grosse automobili potevano appartenere solo al regime. Infatti, due squadre di fascisti armati di tutto punto entrarono con impeto e si disposero di lato permettendo al loro comandante di fare il suo ingresso. Questi si pose a gambe larghe al centro dello spiazzo, alzò il braccio con la mano tesa nel saluto romano e gridò un “Viva il Duce!” battendo i tacchi degli stivali.
Con sguardo truce ci scrutò tutti, uno per uno, prima di chiedere chi fosse Carlo Ferrara.
Il padre di Elena si fece avanti, domandando la ragione per la quale si cercasse di lui. Il comandante non gli badò e chiese chi fosse la figlia.
Nessuno fiatò. Io non osavo neanche alzare gli occhi per paura di tradirla, anche se avvertivo la tensione al mio fianco. Tenni le mani ferme introno alla bottiglia che stavo per tappare, anche se avrei voluto stringere le sue per farle sapere che ero lì, che non l’abbandonavo. Ma non potevo farlo.
Allora quello schifoso fece la più grande vigliaccata che si possa immaginare. Urlò che, se la figlia non si fosse mostrata, avrebbe sparato al padre. Mentre lo diceva, tirò fuori la pistola e la puntò alla tempia di Carlo.
Ornella, la moglie, si fece avanti e disse che c’era solo lei, che la figlia era rimasta in città.
Quel bastardo la chiamò donnaccia perché aveva sposato un ebreo e aggiunse che poiché era successo prima della legge che lo proibiva, lui non poteva arrestarla. Ma sapeva che la figlia era lì, avevano già controllato, e se non si fosse dichiarata avrebbe sparato. Cominciò a contare alla rovescia: dieci, nove... Non pronunciò l’otto che Elena si lanciò verso il padre e l’abbracciò tra le lacrime.
Sul viso del comandante apparve un sorriso di sprezzante soddisfazione. Sempre con la stessa espressione si rivolse agli uomini che ci tenevano sotto tiro: «Portiamo gli ebrei via. E voi non muovetevi, altrimenti ci scordiamo che siete ariani!»
La moglie di Carlo chinò la testa e si apprestò a seguire il marito e la figlia.
«Ti ho già detto che tu non ci interessi, puttana!» urlò ancora quel maledetto. Uno squadrista la spinse via con brutalità facendola ruzzolare per terra. Mia madre si precipitò ad aiutarla mentre il triste corteo usciva da casa dello zio.
Non so se la bottiglia avesse qualche crepa o se io l’abbia stretta con troppa forza, sta di fatto che mi scoppiò tra le mani.
Mio padre accorse e prese a esaminarmi senza trovare alcuna ferita tra la salsa di pomodoro che mi aveva inondato; poi vide le lacrime che mi scendevano lungo le guance, mentre rimanevo in silenzio con lo sguardo nel vuoto, e mi abbracciò mormorando qualcosa per confortarmi.
Nel frattempo la madre di Elena si era tirata su ed era corsa fuori.
Ci fu una nuova esplosione. Gli occhi di tutti corsero alle bottiglie sul tavolo; solo dopo un attimo ci rendemmo conto di quello che era davvero successo e ci precipitammo all’esterno.
Sulla strada, tra la polvere che andava posandosi, c’era Ornella. Sembrava una marionetta gettata lì con noncuranza, con gli arti in pose assurde.
Ci avvicinammo a quel corpo senza vita. Il viso era tutto imbrattato; le lacrime avevano rigato le guance mentre rivoli rossi scendevano dal naso e dalla bocca andando a impastarsi nel terreno. Aveva gli occhi rivolti verso la strada, dove in lontananza stavano sparendo il marito e la figlia.
Mio padre la sollevò tra le braccia. La testa e gli arti le dondolavano, inerti, mentre era condotta dentro casa.
L’adagiammo sul tavolo e solo allora vedemmo la larga chiazza di sangue intorno al buco nero che aveva in petto.
Tutti presero a piangere con dolorosi singhiozzi. Solo io avevo voglia di gridare e uscii in strada, ma giunto lì non lo feci: non c’era più nulla, tutto era deserto e anche la polvere si era posata.
Un brivido mi squassò, come se il sole non riscaldasse più. Caddi in ginocchio e presi a dare pugni in terra tra lacrime e imprecazioni.
Rimasi lì, gettando di tanto in tanto un’occhiata lontano, come se tutto potesse tornare indietro e rivelarsi solo un orribile incubo, fino a quando mio padre non venne a riprendermi.

Gianni s’interruppe di nuovo. Strinse le labbra per frenare la commozione prima di rispondere alla domanda che tutti avrebbero voluto fargli.

Non so che fine abbia fatto Elena; d’allora non l’ho più vista e non ho saputo più niente di lei. Però la rivedo in ogni ragazza e in ogni persona che tentiamo di salvare da questi orrori.

Nello stanzone era calato il gelo. Qualcuno si alzò per andare a ravvivare il fuoco nel camino; una donna andò ad accoccolarsi vicino al suo uomo; altri si riempirono più volte i bicchieri tracannandoli in un solo sorso.
Ma il gelo rimase.
La pioggia era cessata e passarono diversi minuti, durante i quali si udiva solo lo scoppiettio del legno che bruciava nel camino, prima che qualcuno trovasse la forza per abbandonare il posto nel quale si era rifugiato e si avvicinasse al tavolo. Pian piano anche gli altri si accostarono e tutti ripresero a discutere delle modalità con le quali avrebbero proseguito la lotta contro la dittatura, come se non avessero mai smesso di farlo, come se nessuno avesse mai dubitato dei propri ideali.