mercoledì 30 dicembre 2015


Un mio racconto dove si narra che il Natale non è uguale per tutti, in particolare durante questi tempi di ridotto welfare.


mercoledì 8 luglio 2015

Il mio ultimo romanzo



lL VIAGGIATORE PERFETTO



Uno stimato professore di liceo di una cittadina di provincia passa tutto il tempo libero dall’insegnamento a studiare. Nonostante sia di bell’aspetto, gentile ed educato, vive recluso nella sua abitazione, che abbandona solo d’estate per le cure termali. O almeno questa è la voce che mette in giro. 
In realtà, all’insaputa di tutti, Magni si reca in paesi stranieri dove può sfoggiare tutto quello che ha appreso sui libri − lingua, usi e costumi − per diventare ciò che lui considera il “viaggiatore perfetto”, ovverosia colui che si integra totalmente tra gli abitanti del luogo senza essere riconosciuto come straniero. 
Ma cosa lo spinge a comportarsi in questo modo? 
Qual è il torbido segreto che nasconde e che lo porterà a compiere il viaggio più importante della sua vita?

venerdì 17 aprile 2015

MALAIKA


MALAIKA
Malaika Mpolo arriva in Italia per frequentare un corso di specializzazione in pediatria. I suoi studi sono stati sovvenzionati da un’organizzazione umanitaria che opera nel suo paese d’origine, il Laawi, che le ha permesso di laurearsi in medicina in Inghilterra.Fin dal primo giorno, Malaika incontrerà numerosi ignoranti mossi dai soliti pregiudizi rispetto al colore della pelle, escludendo l’ipotesi che una ragazza africana possa frequentare l’università. Però, persone come la signora Berni, la sua padrona di casa, i gemelli Remo e Bianca, il professor Ferghi, il tassista Rinado Selva e Filippo Ràmodi, la faranno sentire apprezzata e amata. Malaika ha anche un’altra missione da compiere, un obiettivo che le riserverà delle amare sorprese poiché, quando le apparenze ingannano e nascondono terribili verità, bisogna essere più forti dei propri sentimenti.

domenica 25 gennaio 2015

VIAGGIO NELLA NOTTE


La discussione, che si arrovellava da tempo sugli stessi argomenti con frasi dette e ridette da una parte e dall’altra, fu interrotta da Nello.
«Chi viene con me ad accompagnare Daniela e Gina?»
Guardai l’orologio come se questo avesse potuto influenzare la risposta. Era passata l’una di notte, ma se fosse stato più presto o più tardi che importanza poteva avere? L’accordo impostoci dalle due sorelle perché partecipassero alla serata era che, nel momento in cui avessero chiesto di tornare a casa, ci saremo dovuti muovere.
Posai il bicchiere vuoto sul tavolino, mi tirai su dalla poltrona ed ebbi una breve vertigine. Avevo bevuto troppo vino e buttato giù diversi bicchierini, e questo era il risultato!
 «Andiamo» dissi esibendo un bel sorriso. Lo feci perché capisse che avevo intuito il motivo per il quale questa volta voleva compagnia. Nello aveva sempre sostenuto che guidare lo rilassava e gli permetteva di far correre liberamente i pensieri, in particolare quando era da solo, e pertanto si contavano sulle dita di una mano le volte che aveva preteso che qualcuno andasse con lui.
Nello, Luigi e io ci conoscevamo dalle elementari ed eravamo cresciuti insieme, condividendo ogni momento possibile della giornata fino ad avere la stessa visione del mondo, almeno da ragazzi; poi, le opinioni divennero sempre più personali e a volte divergenti, com’era naturale che fosse. Questo, però, non ci aveva mai spinto ad allontanarci l’uno dall’altro e anche in quel periodo, quando ormai frequentavamo facoltà diverse, facevamo di tutto per incontrarci appena possibile.
Tra di noi, Nello era stato sempre il più equilibrato, quello che non parlava senza averci pensato su per un po’, che faceva le scelte più oculate e che amava l’armonia e non esitava a fare da paciere in ogni situazione conflittuale.
Luigi, invece, il più istintivo, tipo prima l’azione e poi il pensiero, ma con un cuore più grande di una capanna: si sarebbe buttato nel fuoco per noi, e spesso trattava allo stesso modo persone che conosceva appena.
Io, quando non avevo la testa tra le nuvole, pensavo di avere un carattere che si situava giusto a metà tra quello dei miei amici.
Con questi presupposti, era ovvio che le discussioni tra me e Luigi diventassero interminabili. E per le stesse ragioni era naturale che Nello cogliesse qualsiasi occasione per sedare i nostri diverbi.
Quella sera tutto era nato dalla rabbia che aveva espresso Luigi per un episodio di violenza accaduto nella periferia nord, occupata in prevalenza da immigrati. Continuava a sostenere che si doveva mandarli via e che, essendo l’unica soluzione, si sarebbe dovuto provvedere anche con la forza, se con le buone non si fossero avuti risultati. Di contro, io sostenevo che non era facendo di tutta l’erba un fascio che si risolvevano le questioni razziali, ma che con adeguate misure di integrazione si sarebbero separati i violenti dalle persone perbene, come del resto era accaduto anche con i nostri avi quando furono costretti a emigrare. E qui si era scatenata la vera discussione: sulla differenza di cultura dei vari popoli, sul fatto che gli occidentali erano diversi dagli altri e così via. E questa teoria io non avrei mai potuto condividerla.
Di norma Luigi si convinceva dopo un po’, quando la ragione prendeva il sopravvento sull’istinto, ma quella volta non c’era stato verso di riportarlo sui binari giusti e questo mi lasciava alquanto perplesso. Le voci si erano alzate come capita quando due persone parlano senza ascoltarsi davvero, tutte prese dalla ricerca affannosa di argomentazioni e, forse, anche per colpa di quello che avevamo bevuto e della stanchezza. Nello, che come ho detto non sopportava gli alterchi specie dei suoi amici, aveva colto la palla al balzo con la scusa dell’accompagnamento, per lasciare che gli animi si placassero.
L’auto procedeva nella notte mentre il mio amico guidava con calma chiacchierando con le due sorelle. Io ero di nuovo perso nelle mie fantasticherie, forse anche perché l’alcol continuava a tenermi in uno stato di attenzione molto superficiale; avevo la testa che di tanto in tanto cedeva al sonno e che con uno scatto riportavo in posizione eretta, anche se in fondo non capivo perché mi accanissi a farlo.
Per questo, quando Daniela e Gina scesero dall’auto fui costretto a un rapido resoconto mentale di chi fossi e in quale situazione mi trovassi prima di seguirle. Ci salutammo con i soliti baci di commiato e loro continuarono a scambiare qualche battuta con Nello mentre io, con le palpebre che mi si chiudevano e un ronzio in testa, non vedevo l’ora di tornare in auto per evitare di sedermi lì per terra.
Le vidi, finalmente, fare ciao-ciao con le manine e mi affrettai ad aprire la portiera per lasciarmi cadere sul sedile.
Nello mi guardò con il suo solito sorriso di compiacenza e riprese a guidare in silenzio.
Abbandonato all’abbraccio del sedile, con la testa appoggiata al finestrino, ripensai a quanto era accaduto.
“Non mi riusciva proprio di trovare qualche argomento che lo convincesse! E se, dopo tutto, Luigi avesse ragione? Non dico per intero, ma una minima ragione potrebbe anche averla”. E la mia mente cominciò a saltare da un pensiero a un ragionamento, da una teoria alla sua confutazione mentre gli occhi seguivano inerti le immagini che si susseguivano fuori del vetro.
Forse dovevo averli chiusi per un attimo, gli occhi, perché quando un bagliore mi colpì li spalancai. Mi ritrovai a vedere raggi di luce che si intrufolavano attraverso assi di legno e mi accorsi che tutto era cambiato intorno a me.
Il rombo dell’auto era mutato nello sferragliare delle ruote sui binari e io non ero più sul morbido sedile, ma disteso per terra su un pianale di metallo e legno. Non ero solo, lo sentivo; mi girai verso sinistra, ma non vidi il viso di Nello.
C’erano altri con me e aguzzai la vista nella luce così fioca da far sembrare tutto come in quelle vecchie foto ingiallite. Erano persone di ogni età, uomini, donne e bambini; avevano i volti scavati e gli occhi sbarrati dalla paura. Erano vestiti nella maniera più disparata possibile, però tutti avevano una cosa in comune: un doppio triangolo sovrapposto a formare una stella a sei punte di colore giallo.
Mi resi subito conto che eravamo in un treno per la deportazione di ebrei verso i campi di concentramento e d’istinto mi tirai su il bavero della giacca per vedere se anch’io indossassi il simbolo. Lasciai ricadere il lembo del vestito e mi affloscia sul pianale: ero uno di loro. E se questo mi fece tremare dalla paura, allo stesso tempo tirai un sospiro di sollievo vedendo che non ero uno degli aguzzini.
A quel pensiero feci correre lo sguardo tutt’intorno e lo vidi nella sua uniforme scura, a gambe larghe e con il fucile imbracciato; tentai di scrutarne il viso, ma una curva improvvisa mi sballottò da una parte all’altra e per un momento persi l’orientamento.
Quando riaprii gli occhi, tutto mi sembrò uguale, anche se avvertivo che la scena era mutata.
Mi tirai su a sedere puntellandomi con le braccia tese e scrutai gli altri passeggeri. Avevano sempre i volti emaciati e lo sguardo fisso dalla paura, ma mi apparivano diversi; strinsi gli occhi per vedere meglio e notai che il simbolo sui loro abiti era differente: al posto del doppio triangolo giallo, c’era un unico triangolo di colore marrone.
Voltai la testa verso destra, nell’angolo dove c’era il nazista e lo rividi: era sempre nella stessa posa, con il volto oscurato dall’ombra e il fucile tra le braccia.
Mi alzai e cominciai ad avvicinarmi con il cuore che prese a battermi con maggiore velocità. Non era paura, non mi interessava il pericolo verso il quale andavo: dovevo sapere chi era, a ogni costo.
Una frenata brusca mi portò a cadere in avanti, ma riuscii a tenermi al sostegno della porta scorrevole del vagone, anche se ruotai su me stesso e urtai con la fronte contro le assi di legno.
Quando mi girai, già sapevo che la scena sarebbe cambiata. Infatti, sebbene le persone fossero simili alle precedenti, portavano un contrassegno ancora diverso. Ora era viola.
La testa cominciò a girarmi e le immagini a confondersi. Il simbolo cambiava colore di continuo: nero, verde, azzurro, rosa e i triangoli si sovrapponevano nelle più svariate combinazioni cromatiche.
Alla mente mi tornarono le nozioni sulla deportazione e ricordai il significato di quei simboli.
Ora era tutto chiaro; solo un dettaglio mi angosciava: chi era il nazista di guardia?
Mi feci coraggio e mi avvicinai sempre di più al soldato che non mosse un muscolo, rimanendo sempre nella medesima posa, lasciando che mi accostassi.
Di colpo l’ombra sparì dalla sua faccia per rivelare un volto senza lineamenti.
Non ebbi il tempo per stupirmi, o forse non lo ero affatto, quando udii la voce di Luigi che mi chiamava e mi voltai.
Era anche lui tra i prigionieri; cercai il simbolo sul suo vestito e vidi un triangolo nero, quello che i nazisti usavano per identificare gli asociali o meglio per bollare coloro che non erano d’accordo con la dittatura.
Mi venne da ridere: perché, come altro avrebbero potuto marchiare uno con lo spirito libero e la passionalità di Luigi?
Sentii una mano che mi scuoteva e aprii gli occhi con uno sforzo tremendo. Nello mi guardava con il suo sorriso ironico e mi disse: «Bella compagnia che mi hai fatto. Sei stato a dormire per tutto il viaggio di ritorno e l’hai fatto così profondamente che neanche la capocciata che hai dato nel finestrino ti ha svegliato. Ti avrei lasciato qui mentre salivo a chiamare Luigi, ma hai cominciato a ridere e volevo proprio sapere per cosa».
Lo guardai per un po’ prima di rispondergli.
«Fa scendere Luigi. Sono sicuro che la storia che ho sognato vi interesserà non poco. Specialmente a quella testa dura del nostro amico».
«Sì, ma tu non addormentarti di nuovo» mi esortò Nello dandomi un paio di pacche sulla spalla.
Lo vidi allontanarsi su per le scale e dopo un attimo sentii che qualcuno mi scuoteva di nuovo.
«Questo perché non dovevi addormentarti...».
Vedevo come attraverso una nebbia; dapprima scorsi la faccia di Nello e poi sbucare da qualche parte quella di Luigi. Ridevano tutti e due come scemi; forse l’alcol che a me stordiva, a loro inebriava.
Non so se fu per questo oppure perché avevo paura che il sogno svanisse come spesso capita, ma presi a raccontare descrivendo tutto nei minimi particolari.
Man mano che andavo avanti la nebbia si dissolse e potevo vedere per bene le espressioni dei miei amici.
Nello ora alzava un sopracciglio, ora corrugava la fronte, ora sorrideva in quel suo modo particolare tirando e arcuando verso l’alto l’angolo destro della bocca.
Luigi, invece, sembrava vivere il mio sogno come se fosse stato davvero lì e i suoi occhi si sgranavano per lo stupore oppure si incupivano per la rabbia, senza che mai l’ombra della paura li attraversasse.
Avevo appena finito il racconto quando mi sentii abbracciare da Luigi; Nello a poca distanza ci guardava compiaciuto.
Luigi si staccò da me e, continuando a tenermi per le spalle, disse quasi urlando: «Solo tu, con i tuoi stupidi racconti...  maledetto figlio di puttana!».
Lo disse come se fosse stato un complimento e, in fondo, detto da uno come lui, lo era.
Salimmo in auto e Nello si diresse verso il nostro posto, quello dove concludevamo le serate, o più spesso le nottate.
L’alba ci ritrovò addormentati, l’uno vicino all’altro, sulla panchina di fronte al mare.

sabato 3 gennaio 2015

IL PADRONE DI TUTTO



In un tempo a cavallo del passato, del presente e del futuro, in un luogo che avrebbe potuto essere ovunque, il padrone di tutto camminava su e giù per la cupa stanza con le mani incrociate dietro la schiena e il capo chino, incurante del vento che entrava dalla finestra aperta sul buio; di tanto in tanto si arrestava di botto, rialzava la testa e mugugnava qualcosa prima di scuoterla e farla ricadere sul petto per riprendere ad andare avanti e indietro senza tregua.
Era molto magro, con la pelle grigiastra tesa sulle ossa e con le nodosità delle giunture che sembravano dover sbucare fuori dagli abiti da un momento all’altro. Aveva il viso smunto, lo sguardo febbricitante e gli occhi cerchiati di scuro di chi non dorme da tempo.
Infatti passava tutta la notte a chiedersi perché, pur potendo disporre di tutto, fosse il più infelice tra gli abitanti di quelle contrade.
Alla ricerca della risposta era andato in giro in posti e luoghi vicini e lontani, con la luce del sole o nel gelo dell’inverno, di giorno e di notte, e aveva osservato gli altri, quelli che gli apparivano tanto diversi da lui. È vero, non erano tutti uguali. C’era chi sembrava sempre felice, chi spensierato, chi triste: insomma, c’erano tutti gli stati d’animo che si possano immaginare. Però, nessuno era afflitto da una perenne infelicità come lo era lui.
Avrebbe voluto avvicinarsi per chiedere come facessero a essere così com’erano, ma la paura di essere additato come inferiore dai suoi sudditi l’aveva indotto a mantenere un basso profilo e ad agire con estrema discrezione.
Aveva deciso che ne avrebbe fatto rapire qualcuno per esaminarne le caratteristiche intellettuali e anatomiche.
“Alla fine riuscirò a trovare quello che cerco” disse fra sé e sé. “Riuscirò a trovare come fanno a non essere come me”.
Dalla sua alta finestra cominciò a osservare i passanti e scelse.
Dapprima prese un umile ragazzo che tornava dal suo lavoro di bottega. Gli era sembrato così allegro e spensierato che aveva ritenuto potesse dargli la soluzione.
Ne aveva esaminato il corpo minuziosamente e l’aveva interrogato fino allo sfinimento, ma non era emerso nulla che fosse utile alla sua ricerca: il ragazzo continuava a dirgli, senza alcuna ombra di paura nello sguardo, che non faceva niente di particolare per essere quello che era.
L’abbandonò sotto un ponte vicino al fiume in stato di semi-incoscienza.
Poi aveva fatto rapire un impiegato con due gote rosse e un addome prominente che viveva di facezie e di grandi risate. L’aveva osservato a lungo e aveva notato che quando era tra gli altri finiva sempre col tenersi il pancione mentre rideva alla grande e aveva immaginato che possedesse la risposta che agognava.
Riuscì solo a farlo piangere senza che il segreto della sua bonaria felicità si rivelasse.
Quella notte la trascorse consumando il pavimento della sua stanza e affacciandosi di continuo per vedere se nel buio passasse qualcuno che fosse degno della sua attenzione, ma vide solo cani randagi e gatti che rovistavano nell’immondizia accumulata agli angoli delle strade.
Il mattino seguente decise che doveva salire più in alto tra la gente, doveva scegliere qualcuno che gli si avvicinasse di più.
Ordinò che prendessero un facoltoso commerciante e lo fece tradurre nelle sue segrete. Ne esaminò il corpo grasso e flaccido e lo interrogò fino a sfinirlo. L’uomo gli offrì anche tutti i suoi averi pur di essere lasciato libero, ma il padrone di tutto lo cacciò a calci: non era stato in grado di fornirgli alcuna soluzione al suo problema.
Il suo tormento non faceva che aumentare: perché non gli riusciva di essere felice, perché non sorrideva almeno una volta ogni tanto?
E più si arrovellava sul problema e più aumentava la sua infelicità.
Come una furia uscì dal palazzo e prese a vagare per le strade.
Gli sembrava che tutti fossero allegri, che riuscissero a sorridere e a essere felici di quello che possedevano nonostante gli affanni che la vita riservava loro.
Poi una ragazza attirò la sua attenzione. Non era particolarmente bella, eppure a guardarla lì seduta a leggere gli occhi si fermavano sul suo viso e rimanevano come incantati dall’espressione di gioia che esprimeva.
Il padrone di tutto si sedette su un muretto di fronte alla giovane e non perdeva una sola delle sue mosse. In verità la ragazza era talmente intenta nella lettura che le uniche azioni che compiva erano girare la pagine e cambiare appena di posizione; solo di tanto in tanto lanciava uno sguardo verso il fondo della via.
Passò almeno mezz’ora così, con l’uomo magro che scrutava la fanciulla e lei immersa tra le pagine del libro, fino a quando, dalla strada di fronte alla ragazza, non arrivò un giovane, anche lui né bello né brutto, ma con un’espressione di gioia sul viso; le si accostò e le diede un bacio su una guancia prima di scambiarsi poche parole, l’uno sprofondato negli occhi dell’altra. Lei richiuse il libro e lo ripose nella borsa che aveva a tracolla, intrecciò le sue dita con quelle del ragazzo e si allontanò con lui; i passi dei due sembravano sfiorare il suolo mentre i loro sguardi non smettevano di incrociarsi.
Gli occhi del padrone di tutto si ridussero a due fessure mentre le labbra assumevano una piega maligna.
“Sono loro, ne sono certo. Devo prenderli perché così saprò come fare!”
Quella sera nessuno dei due ragazzi tornò alla propria abitazione.

L’uomo dal volto smunto e dagli occhi cerchiati entrò nella segreta spoglia e fredda. I due ragazzi sedevano l’uno vicino all’altra, guardati a vista da sgherri dall’aspetto più stupido delle loro armi.
«Parlate, ditemi perché siete così allegri, perché siete felici. Voi non avete niente, né ricchezze né bellezza: siete come tutti gli altri! E allora, perche continuate a essere contenti della vostra esistenza? Perché siete più felici di me? Di me che ho tutto!» disse con la voce che rimbombava nell’antro.
I due si scambiarono uno sguardo carico di tenera complicità e poi la ragazza si rivolse al padrone di tutto con viso sereno e voce tranquilla.
«Vi guardo, signore, e so che la notte non dormite».
Lo sguardo del padrone di tutto si indurì.
«Per colpa della mia infelicità. Per questo non dormo».
La ragazza accennò a un sorriso di comprensione prima di riprendere a parlare.
«Però, signore, anche quando dormivate non sognavate, vero?»
Gli occhi dell’uomo vagarono per la stanza per scandagliare i ricordi; poi fece dei brevi cenni di assenso con il capo.
«E ditemi, mio signore, cosa vi appariva mentre dormivate? Il nero del buio o il vuoto del nulla?»
L’uomo piegò gli angoli della bocca all’ingiù e rispose: «Il vuoto».
La ragazza annuì con un'ombra di tristezza negli occhi; poi scambiò di nuovo lo sguardo con il ragazzo prima di rivolgersi di nuovo all’uomo che rimaneva in piedi al centro dell’antro, ma senza apparire più imponente come prima.
«Sognare serve a ricordare le proprie esperienze, belle o brutte non importa, a mettere in discussione la propria vita, a compararla con altre possibilità, in definitiva a metterci ordine per vivere al meglio delle possibilità che si possono avere. C’è chi non ricorda il sogno che fa, ma non importa perché comunque lo ha fatto. E poi c’è chi non sogna davvero, come nel vostro caso, e questi non ha immaginazione ed è costretto a vivere solo la vita che ha. E una vita sola non basta per essere felici. Voi, per correre dietro alle ricchezze e al potere per diventare il padrone di tutto, avete perso il vero potere: quello dell’immaginazione».
L’uomo incupì ancora di più lo sguardo mentre soppesava le parole della ragazza.
«Se fosse vero quello che dici, come potrei ritrovare l’immaginazione? E poi basterebbe a tornare felice?». Poi inclinò appena la testa e la fissò negli occhi chiari e sereni: «E tu, ragazza, come fai a essere così felice, solo per i sogni che fai?»
La ragazza non rispose subito; tirò il libro fuori dalla borsa e disse: «Quando leggo, io vivo mille vite: una per ogni personaggio di ogni storia. È come se sognassi di giorno e di notte. Forse questo farà del bene anche a voi, signore; se non riuscirete a ritrovare la vostra immaginazione, almeno potrete usare quella degli altri che hanno scritto le storie per trovare un po’ di felicità».
Gli occhi del padrone di tutto si riempirono di curiosità. L’uomo fece alcuni passi e raggiunse la ragazza con la mano protesa; lei gli consegnò il libro con un lieve sorriso sulle labbra.
L’uomo prese a leggere e alla terza pagina andò a sedersi su una sedia senza che il mondo intorno avesse più l’importanza che aveva avuto fino a poco prima.
I ragazzi si allontanarono e fecero ritorno alle proprie abitazioni senza che nessuno glielo impedisse.

Il pomeriggio seguente la ragazza si vide recapitare da una guardia il libro che aveva dato al padrone di tutto; lo guardò e seppe che erano state lette tutte le quattrocento pagine.
Nello stesso giorno incominciò il lavoro per la costruzione di una grande biblioteca proprio ai piedi della torre principale e il padrone di tutto concesse a chiunque di entrarvi.
Gli occhi di tutti si levarono a guardare la finestra più in alto e si meravigliarono nel trovarla chiusa per la prima volta in tanti anni.




Gli uomini d'affari si vantano di essere astuti e capaci
ma in cose di filosofia son come bambini piccini.
Gloriandosi fra compagni di fortunati saccheggi
trascurano di meditare l'estremo destino del corpo
e non sapranno mai del grande Maestro della verità
che vide il vasto mondo in una coppa di giada.
CH'EN TZU-ANG (656-698 d.C.)